Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.
Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).
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A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.
Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.
Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
…dietro al nome sta ciò che non si nomina, oggi ho sentito grave la sua ombra… cultura/2018/08/24/il-compleanno-di-borges-la-letteratura-come-altro-e-come-doppio-pn_20180824_00095/ Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico… Altro
“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.(Hofmannsthal) Borges non è soltanto artifici, arcane miserie, zoroastrismo libresco ed eccelso talento nel catalogare le… Altro
“VIAGGIO NEL LABIRINTO, Io l’Altro: la danza del doppio” Spettacolo itinerante nella Certosa di Bologna La Casa di Asterione La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri… Altro
VAGHE EUFONIE Temi borgesiani nella cultura contemporanea Istituto della ENCICLOPEDIA ITALIANA #riccardocampa #jorgeluisborges Le spoglie di Seneca Riflessioni in penombra con J.B.Borges
Borges, il poeta della disumanità e della nostalgia
Borges è il poeta dell’essenziale e della disumanità insita in ogni purezza, apparente, di fronte alla totalità della vita. Soltanto letture superficiali della sua opera possono fare di Borges il simbolo e il cantore di una raffinatezza manieristica impermeabile ai sentimenti, espressione di un compiaciuto artificio, di una letterarietà superba ed estranea alla vita. Anzi, Borges è il cantore della nostalgia della vita, della sua semplicità profonda e struggente, della sua verità inattingibile e perduta. C’è una malinconia del mutamento che attraversa la sua poesia e il suo pensiero. Borges amava il tango che, come ha scritto Enrique Santos Discepolo, musicista, compositore e regista argentino, è «pensiero triste che si balla»; una danza che è una “grazia rara” che si accompagna al dono dell’istante, all’epica di un riscatto, forse, impossibile, al sogno di una liberazione sempre di là da venire.
La sfida posta dal “Tempo”, il suo trascorrere, ha un ruolo fondamentale anche nella storia delle religioni, in cui c’è una sorta di “rispetto per il tempo”, per non perdersi nell’indistinto, attraverso la periodicità e la ricorrenza delle festività, dei cicli solari e lunari. Elementi che, come ha insegnato Mircea Eliade, servono a rompere l’omogeneità del tempo e a costruire una porzione della sua sacralità.
La Bibbia è stata una presenza costante nella vita di Borges che riteneva vi fosse un trittico di storie capitali nella storia dell’umanità: l’Iliade, l’Odissea e, quello che chiamava il terzo “poema”: le storie bibliche, appunto. La sua era una vera passione per la Bibbia. In Siete conversaciones con Borges, lo scrittore afferma: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno impressionato sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste (o Qohelet), i Vangeli. Sarebbe troppo complicato seguire tutti i passaggi evocati da Borges nella sua opera, tratti dalla Bibbia, le immagini, le figure, i personaggi. Molte sue opere sono dei veri e propri commenti e interpretazioni dei testi biblici. Penso in particolare a L’Aleph. Caino e Abele, il tema della colpa. Il volto di Cristo che è da ricercare negli specchi ove si riflettono i volti umani. Il termine “parola”, logos, davar, Wort, che Goethe, nel Faust tradurrà come forza, atto, (proprio come la parola davar, che in ebraico significa parola e cosa), è al centro di profonde analisi e meditazioni da parte di Borges. Non sono solo codici linguistici. A più riprese Borges aveva espresso il suo desidero di essere ebreo. Borges nutriva una vera fascinazione per il misticismo ebraico e per la Qabbalah.
L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino
Il 19 giugno è tornata in libreria, per Adelphi, una delle opere più disobbedienti di Jorge Luis Borges. Undici racconti che sembrano aver rinunciato al labirinto — e che invece, a guardarli bene, ne sono la prova più sottile.
Nella mia libreria questo libro non è una novità annunciata da un comunicato stampa: è già lì, in un’edizione precedente, incorniciato da altri Borges accumulati negli anni — Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori, minimum fax. Vederlo riproposto oggi da Adelphi, con una nuova cura, non è una scoperta ma una sovrapposizione: lo stesso testo che torna a parlare da un’edizione diversa, in un tempo diverso. Ed è proprio questo, forse, il modo più onesto di leggere un classico — non come oggetto fisso, ma come un manoscritto che ogni edizione riscrive leggermente, anche senza cambiare una virgola.
C’è una frase, nell’incipit del racconto L’indegno, che vale da sola l’intero libro. Borges, ormai settantenne e quasi cieco, costretto a dettare ciò che un tempo scriveva, confessa: per anni ha ripetuto di essere cresciuto a Palermo, il quartiere dei coltelli e delle chitarre. Non era vero. Era cresciuto dall’altra parte di un’inferriata, in una casa con giardino e con la biblioteca di suo padre. La Palermo vera, quella dei cuchilleros, l’aveva solo studiata. “Mi sono documentato”, risponde a chi lo accusa di aver scritto di malviventi senza averne mai conosciuto uno. È un’ammissione rara, in un’epoca — la nostra, non solo la sua — che premia chi finge di aver vissuto ciò che ha solo immaginato. Ed è il punto da cui vale la pena partire per leggere Il manoscritto di Brodie, pubblicato nel 1970 e ora riproposto da Adelphi nella storica cura di Antonio Melis e nella traduzione di Lucia Lorenzini. Un Borges che rinuncia ai labirinti — o solo li nasconde meglio? La lettura più diffusa di questo libro, ed è quella che la stampa sta riproponendo in questi giorni, è che Borges qui abbandoni i suoi consueti artifici metafisici per un realismo asciutto, vicino al primo Kipling. Niente specchi infiniti, niente biblioteche di Babele: solo coltellinai, gauchos, faide di quartiere, destini che si compiono con la fatalità della tragedia greca trapiantata sotto il cielo di Buenos Aires. È una lettura convincente. Ma è anche, forse, troppo comoda.
L’indegno
Il Manoscritto di Brodie
Primo specchio.
Si può davvero parlare di “abbandono” del labirinto in un libro che si apre con una confessione sulla natura fittizia della propria autobiografia letteraria? L’indegno non è un racconto lineare travestito da confessione: è una confessione che mette in discussione la possibilità stessa della linearità. Se l’autore ammette di aver costruito la propria identità di scrittore “di sobborgo” su un vanto falso, allora l’intero libro andrebbe letto non come ritorno al reale, ma come un labirinto più discreto — uno che non si annuncia come tale. Forse Borges non ha smesso di costruire specchi: ha solo smesso di mostrarne la cornice.
Secondo specchio.
La critica insiste sull’”inevitabilità del destino” come chiave di lettura di questi racconti: i fratelli Nilsen, i guappi falliti, gli uomini mossi “come da un burattinaio invisibile”. Ma è una lettura che rischia di confondere lo stile con la metafisica. Le frasi brevi, il lessico spoglio — effetto, ci viene detto, della cecità e della dettatura — non sono prove di un destino ineluttabile: sono scelte retoriche che producono l’effetto dell’ineluttabilità. La tragedia greca funziona allo stesso modo: il fato sembra inevitabile perché la forma narrativa lo rende tale, non perché esista davvero un ordine cosmico che lo impone. Attribuire a Borges una visione tragica del destino umano significa forse scambiare una tecnica narrativa per una filosofia — un equivoco su cui mi sono già soffermata parlando di Borges, la cecità del fato, dove il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito scritto, ma circolarità, simultaneità, scambio delle parti tra chi scrive e chi legge.
Terzo specchio, il più scomodo.
L’articolo che ha occasionato questa riflessione definisce la “giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo” come condizione della grande letteratura — l’inferriata che separa il colto Borges-bambino dalla Palermo violenta diventa il simbolo di questa distanza necessaria. Ma si può rovesciare l’argomento: quella stessa inferriata è anche la testimonianza di un privilegio. Borges scrive di coltelli e di periferie perché non ha mai dovuto viverle, perché la biblioteca del padre gli ha garantito il tempo e gli strumenti per trasfigurarle in mito. La “distanza” elogiata come condizione estetica è, da un altro punto di vista, una condizione sociale: si mitizza meglio ciò che non si è costretti a subire. Non è una colpa — ma è una tensione che il testo stesso, con quella confessione iniziale, non nasconde. Sta al lettore deciderne il peso. Perché vale comunque la pena leggerlo Nessuna di queste obiezioni toglie valore al libro — semmai lo arricchisce. Il manoscritto di Brodie resta un testo che insegna qualcosa di prezioso: che la letteratura può rendere “l’immaginato più vero del reale”, come accade nell’incontro tra Borges e il vecchio compagno Trápani. Ma proprio per questo merita di essere letto due volte: una prima volta lasciandosi portare dalla voce del cantastorie cieco, una seconda volta interrogando quella voce — chiedendosi da dove parla, cosa tace, quale inferriata la separa da ciò che racconta. Forse è proprio questo l’insegnamento più circolare del libro: non esiste racconto del destino altrui che non sia, in qualche misura, un autoritratto di chi lo scrive.
Questo testo nasce da una conversazione con Claude — non come strumento che scrive al posto mio, ma come interlocutore a cui sottoporre una lettura e chiedere che la rovesci, che ne cerchi il contrario. Un esercizio di specchio condotto a due, nello spirito di quanto raccontavo in Il prompt come domanda viva: il prompt non come comando, ma come domanda che resta aperta finché qualcuno non la mette alla prova.
Su il mio blog Il Tempo Circolare Borges, la cecità del fato — il post a cui questo articolo si collega direttamente, sul tempo circolare e l’illusione dell’ordine necessario negli eventi
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
…dietro al nome sta ciò che non si nomina, oggi ho sentito grave la sua ombra… cultura/2018/08/24/il-compleanno-di-borges-la-letteratura-come-altro-e-come-doppio-pn_20180824_00095/ Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico… Altro
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. Chi è contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere una etimologia. Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore e una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Il mondo ha bisogno d’essere salvato e non ne sa nulla. I giusti lo salvano e non sanno di salvarlo. Né sanno dell’esistenza di altri giusti. Gli altri uomini, poi, li ignorano. O, comunque, non sono in grado di vedere le nozze segrete del mondo con l’arte dei giusti. E noi, dal canto nostro, mentre il mondo non sa d’essere salvato e mentre i giusti non sanno d’esserne i salvatori, ignoriamo che ci sia un salvato e un salvante.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
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«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges»
Secondo Juan Nuño «la filosofia in Borges è una specie di cosmogonia» in cui mito, dottrina, poema, narrazione forniscono un’interpretazione dell’origine e della formazione del mondo. Ciò che egli ha fatto, nei suoi esercizi di stile, è stato evocare. Ed evocazione è un termine che indica «portare qualcosa alla memoria o all’immaginazione», esattamente ciò che Borges ha fatto con le teorie filosofiche cui ha attinto nel corso della sua formazione culturale e che si sono rivelate una grande risorsa per la sua sperimentazione letteraria. Ma evocare in spagnolo significa anche chiamare gli spiriti e i morti, supponendoli capaci di presentarsi nel momento degli incantesimi e delle invocazioni, come esseri presenti, stabili, filosofi antichi tornati per guidare un moderno Levi nella stesura della sua opera.
Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.
Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).
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A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.
Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.
Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
…dietro al nome sta ciò che non si nomina, oggi ho sentito grave la sua ombra… cultura/2018/08/24/il-compleanno-di-borges-la-letteratura-come-altro-e-come-doppio-pn_20180824_00095/ Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico… Altro
Feltrinelli Editore, 1°ed. “Biblioteca della Letteratura” ottobre 1959 – “Universale Economica” 8°ed 1982
La Città degli Immortali, il fiume, le Rovine, il Labirinto, gli Dei, Gli Eroi, i Barbari, Gli specchi, la botola, i sentieri che si biforcano, i muri, l’oblio, la memoria, gli incubi….
Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale
Pag.17
Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi Immortali.
Pag.18
…Ho riletto, dopo un anno, queste pagine. So che non si scostano dalla verità, ma ne primi capitoli, e in certi paragrafi degli altri, mi pare di avvertire qualcosa di falso. Ciò dipende, forse, dell’abuso di particolari, procedimento che appresi dai poetie che contamina tutto di falsità, giacché i particolari possono abbondare nei fatti ma non nella memoria di essi….
#L’ODRADEK* Alcuni fanno derivare la parola dallo slavo e attraverso questa origine vogliono spiegarne la formazione. Altri la fanno derivare dal tedesco e ammettono solo un’influenza dello slavo. L’incertezza di entrambe le interpretazioni è la… Altro
Sogni – Kurosawa – “Il matrimonio delle Volpi” La pioggia a ciel sereno è chiamata in Giappone Kitsune no Yomeiri o “Il Matrimonio della Volpe” in riferimento ad una favola che descrive un matrimonio tra… Altro
LA SCIMMIA DELL’INCHIOSTRO Questo animale abbonda nelle regioni del Nord, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso; gli occhi sono come corniole, e il pelo è nerissimo, serico e… Altro
“Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine” (Jorge Luis Borges)
📌 Inclusa nel biglietto la mostra “Umberto Eco, Franco Maria Ricci. LABIRINTI. Storia di un segno”, fino al 26 settembre 2021.
Finalmente dopo 6 anni dall’apertura ho visitato l’omaggio di FMR al Maestro Borges. La collezione di Franco Maria Ricci è veramente notevole, con pezzi di pregio e alcune sezioni come quella Decò e l’omaggio alla Duncan che sono veramente sublimi; così come le pubblicazioni, le riedizioni, la Biblioteca di Babele…ma non mi dilungo. Il Labirinto è da visitare dopo le collezioni, per me, ovviamente. Il Bookshop è discreto, i codici qr dovrebbero essere anche nei pannelli che si incontrano nelle varie tappe del percorso, che è intuitivo e non troppo stimolante, purtroppo. Ma sapere che dietro c’è l’omaggio a Borges, me lo rende comunque indimenticabile, molto emozionante la mostra sui Labirinti, Storia di un segno, ho acquistato il Catalogo. Il complesso è ubicato nel “nulla”, irraggiungibile con i mezzi pubblici (questo non è smart e nemmeno un badge da Capitale della Cultura). Per il taxi di ritorno al centro città di Parma, un’attesa di 20 minuti in un ritaglio di ombra delle canne di Bambù, accanto alla cancellata. Molto da migliorare, ma Franco Maria Ricci sarà sempre da ringraziare, come visionario filantropo…
“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.(Hofmannsthal) Borges non è soltanto artifici, arcane miserie, zoroastrismo libresco ed eccelso talento nel catalogare le… Altro
“VIAGGIO NEL LABIRINTO, Io l’Altro: la danza del doppio” Spettacolo itinerante nella Certosa di Bologna La Casa di Asterione La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri… Altro
VAGHE EUFONIE Temi borgesiani nella cultura contemporanea Istituto della ENCICLOPEDIA ITALIANA #riccardocampa #jorgeluisborges Le spoglie di Seneca Riflessioni in penombra con J.B.Borges
…suo babbo gli aveva spiegato l’idealismo di Berkeley con l’ausilio di un’arancia, chiedendogli se secondo lui il gusto dell’arancia stava dentro l’agrume o nella bocca di chi l’assaggiava. Quello che aveva capito in quel remoto giorno della sua infanzia, e che non riguardava solo l’idealismo di Berkeley, è che il mondo è fatto soprattutto di relazioni, e che il senso delle cose non sta dentro di loro ma nel rapporto che s’instaura con chi le percepisce, così come il sapore di un frutto lo determina l’incontro col palato di chi l’assaggia.
Bussai timidamente e, senza il minimo cambiamento di voce, Borges rispose: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”
Ciò che accomuna Berkeley a filosofi come Locke, Cartesio, Malebranche e Leibniz è la posizione primaria che viene assegnata all’intelletto, come unità di tutti i principi di ragione. Ma a differenza dei suoi predecessori (e di molti altri suoi successori), l’intelletto diventa l’unica realtà dotata di sostanzialità. Il semplice fatto di percepire, di intuire questo o quell’oggetto sensibile non ci permette di poter affermare che quell’oggetto esista se non come oggetto della percezione.
“VIAGGIO NEL LABIRINTO, Io l’Altro: la danza del doppio”
Spettacolo itinerante nella Certosa di Bologna
La Casa di Asterione
La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.
In questa unità, Jorge Luis Borges (Buenos Aires 1899-1986), in un’intervista realizzata nel 1971, parla del suo interesse per gli studi di Jung, di Frazer e di Burton, per le enciclopedie, soprattutto per quelle antiche, e per la teoria degli archetipi.
Spade, tigri e specchi costituiscono i simboli che, considerati per la loro arcaica potenza evocativa alla stregua di archetipi junghiani, animano i microcosmi che lo scrittore argentino “finge” nelle pagine dei suoi libri .
Gli specchi rimandano al problema dell`identità: lo scrittore ricorda come il tema del “doppio” torni in tante civiltà, quel “doppio” che per alcune culture è connesso all’idea del soprannaturale e della morte, così come viene evocato in una celebre sequenza del film di Bergman, Il posto delle fragole.
I libri (e la biblioteca) L’infinito spaziale e temporale Il labirinto Gli specchi Il doppio Le tigri La rosa Il sogno Gli scacchi Il viaggio I miti nordici I duelli dei malavitosi I temi della colpa, del perdono e del Il peccato Il paradiso perduto Dio e le Sacre Scritture La forma della spada L’odradek, La scimmia dell’inchiostro, L’unicorno cinese, La volpe cinese!
Tarabaralla Collezionismo Cartaceo e Oggetti di Famiglia di Simona Rinaldi Documenti Storici, Libri e Riviste, Prime Edizioni, Costume e Società, Ottocento, Risorgimento Italiano, Novecento. Collezione Privata
La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )