«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges»
Secondo Juan Nuño «la filosofia in Borges è una specie di cosmogonia» in cui mito, dottrina, poema, narrazione forniscono un’interpretazione dell’origine e della formazione del mondo. Ciò che egli ha fatto, nei suoi esercizi di stile, è stato evocare. Ed evocazione è un termine che indica «portare qualcosa alla memoria o all’immaginazione», esattamente ciò che Borges ha fatto con le teorie filosofiche cui ha attinto nel corso della sua formazione culturale e che si sono rivelate una grande risorsa per la sua sperimentazione letteraria. Ma evocare in spagnolo significa anche chiamare gli spiriti e i morti, supponendoli capaci di presentarsi nel momento degli incantesimi e delle invocazioni, come esseri presenti, stabili, filosofi antichi tornati per guidare un moderno Levi nella stesura della sua opera.
Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.
Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).
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A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.
Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.
Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
…dietro al nome sta ciò che non si nomina, oggi ho sentito grave la sua ombra… cultura/2018/08/24/il-compleanno-di-borges-la-letteratura-come-altro-e-come-doppio-pn_20180824_00095/ Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico… Altro
La scienza incontra la molteplicità e cerca (spesso invano) di ricondurla a unità. La letteratura altresì contempla la molteplicità e – scrive Italo Calvino nel 1980 dialogando con Daniele Del Giudice – immagina “un sistema di moltiplicazione dei possibili per esorcizzare la tragicità dell’unicità. Il fatto che la vita è una, che ogni avvenimento è uno, il che comporta la perdita di miliardi di altri avvenimenti, perduti per sempre. Narratore è colui che vuole sottrarsi a questo destino”. La fase di ottimismo gnoseologico di Italo Calvino si è già resa problematica nel 1980, incontrando i limiti del visibile, la minaccia del caos. Resta tuttavia quell’urgenza esistenziale profonda di tentare, nonostante tutto, una via di fuga. La realtà può essere letta a più livelli. Dobbiamo salvare la sfida al labirinto-mondo, senza arrendersi al labirinto.
La storia comincia nel 1976 a Madrid, dove una giovane studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale di Princeton si trova per un soggiorno di ricerca. Legge “La biblioteca di Babele” di Jorge Luis Borges e ha un’illuminazione. Immagina quegli scaffali sterminati, pieni di libri senza senso, un’immensa cacofonia inframmezzata qua e là da qualche frase dotata di significato. Si immedesima nel destino del bibliotecario che si aggira lì dentro, peregrinando tra gli esagoni, cercando il libro che contiene le risposte a tutti i misteri fondamentali dell’umanità, anche se in cuor suo sa che non gli basterà una vita per trovarlo.
La giovane di Pittsburgh ricorda allora di aver letto su “Nature” l’articolo di un noto evoluzionista, John Maynard Smith, che aveva fantasticato sull’esistenza di un’analoga enorme libreria: piena non di libri, ma di proteine, i mattoni degli esseri viventi che vengono sintetizzati a partire dai geni. Considerando che le proteine sono composte da 20 lettere (gli aminoacidi) e che mediamente la loro sequenza è lunga circa 500 aminoacidi, risulta che la biblioteca di Babele di tutte le proteine possibili conterrebbe il numero astronomico, ma pur sempre finito, di 20 alla 500 combinazioni, più di tutte le particelle dell’universo.
La sola regola è che non devono esserci due proteine identiche, proprio come nella biblioteca di Babele “non vi sono due soli libri identici”. Come in quella interminabile sequenza di gallerie di Borges, la gran parte delle sequenze sono rumore: non fanno nulla. Raramente se ne trova una che abbia un senso, in qualche scaffale di una regione remota, una cioè che l’evoluzione ha selezionato perché svolge una funzione utile per una delle specie di esseri viventi che popolano la Terra. Inoltre, come sapeva bene Calvino, non possiamo essere certi dei limiti esterni del modello, che sono raggiunti per induzione empirica rispetto alle conoscenze attuali in nostro possesso: non possiamo cioè sapere se è davvero completo e perfetto.
Jorge Luis Borges: «Ciò che più m’interessa sottolineare è come Borges realizzi le sue aperture verso l’infinito senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso; come il raccontare sinteticamente e di scorcio porti a un linguaggio tutto precisione e concretezza, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti. Nasce con Borges una letteratura elevata al quadrato e nello stesso tempo una letteratura come estrazione della radice quadrata di se stessa: una “letteratura potenziale”»
La biblioteca di Babele come distopia conoscitiva e inferno del significato La biblioteca contiene “tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue”, ma essa non rappresenta la realizzazione dell’ideale di una conoscenza universale, piuttosto Borges volge in distopia tale sogno. La biblioteca di Babele è, infatti, un inferno, l’inferno del significato, perché al suo interno ci sarà il libro che contiene la verità, la risposta vera alla domanda sull’esistenza di dio, tutte le biografie di tutti gli uomini, il modo in cui ciascuno di noi morirà, la soluzione di tutti i problemi, tutti i libri che sono stati scritti e anche quelli che non lo sono stati ancora. Questi libri sono, tuttavia, sommersi da miliardi di frasi senza senso, sono dunque introvabili. Il totale dei volumi è 10 elevato 4677, per leggere tutte le loro pagine un uomo ci impiegherebbe 10 alla 4.000 anni e nel racconto si avanza anche l’ipotesi la biblioteca sia infinita perché i libri si ripetano infinite volte.
Borges, il poeta della disumanità e della nostalgia
Borges è il poeta dell’essenziale e della disumanità insita in ogni purezza, apparente, di fronte alla totalità della vita. Soltanto letture superficiali della sua opera possono fare di Borges il simbolo e il cantore di una raffinatezza manieristica impermeabile ai sentimenti, espressione di un compiaciuto artificio, di una letterarietà superba ed estranea alla vita. Anzi, Borges è il cantore della nostalgia della vita, della sua semplicità profonda e struggente, della sua verità inattingibile e perduta. C’è una malinconia del mutamento che attraversa la sua poesia e il suo pensiero. Borges amava il tango che, come ha scritto Enrique Santos Discepolo, musicista, compositore e regista argentino, è «pensiero triste che si balla»; una danza che è una “grazia rara” che si accompagna al dono dell’istante, all’epica di un riscatto, forse, impossibile, al sogno di una liberazione sempre di là da venire.
La sfida posta dal “Tempo”, il suo trascorrere, ha un ruolo fondamentale anche nella storia delle religioni, in cui c’è una sorta di “rispetto per il tempo”, per non perdersi nell’indistinto, attraverso la periodicità e la ricorrenza delle festività, dei cicli solari e lunari. Elementi che, come ha insegnato Mircea Eliade, servono a rompere l’omogeneità del tempo e a costruire una porzione della sua sacralità.
La Bibbia è stata una presenza costante nella vita di Borges che riteneva vi fosse un trittico di storie capitali nella storia dell’umanità: l’Iliade, l’Odissea e, quello che chiamava il terzo “poema”: le storie bibliche, appunto. La sua era una vera passione per la Bibbia. In Siete conversaciones con Borges, lo scrittore afferma: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno impressionato sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste (o Qohelet), i Vangeli. Sarebbe troppo complicato seguire tutti i passaggi evocati da Borges nella sua opera, tratti dalla Bibbia, le immagini, le figure, i personaggi. Molte sue opere sono dei veri e propri commenti e interpretazioni dei testi biblici. Penso in particolare a L’Aleph. Caino e Abele, il tema della colpa. Il volto di Cristo che è da ricercare negli specchi ove si riflettono i volti umani. Il termine “parola”, logos, davar, Wort, che Goethe, nel Faust tradurrà come forza, atto, (proprio come la parola davar, che in ebraico significa parola e cosa), è al centro di profonde analisi e meditazioni da parte di Borges. Non sono solo codici linguistici. A più riprese Borges aveva espresso il suo desidero di essere ebreo. Borges nutriva una vera fascinazione per il misticismo ebraico e per la Qabbalah.
L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino
Il 19 giugno è tornata in libreria, per Adelphi, una delle opere più disobbedienti di Jorge Luis Borges. Undici racconti che sembrano aver rinunciato al labirinto — e che invece, a guardarli bene, ne sono la prova più sottile.
Nella mia libreria questo libro non è una novità annunciata da un comunicato stampa: è già lì, in un’edizione precedente, incorniciato da altri Borges accumulati negli anni — Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori, minimum fax. Vederlo riproposto oggi da Adelphi, con una nuova cura, non è una scoperta ma una sovrapposizione: lo stesso testo che torna a parlare da un’edizione diversa, in un tempo diverso. Ed è proprio questo, forse, il modo più onesto di leggere un classico — non come oggetto fisso, ma come un manoscritto che ogni edizione riscrive leggermente, anche senza cambiare una virgola.
C’è una frase, nell’incipit del racconto L’indegno, che vale da sola l’intero libro. Borges, ormai settantenne e quasi cieco, costretto a dettare ciò che un tempo scriveva, confessa: per anni ha ripetuto di essere cresciuto a Palermo, il quartiere dei coltelli e delle chitarre. Non era vero. Era cresciuto dall’altra parte di un’inferriata, in una casa con giardino e con la biblioteca di suo padre. La Palermo vera, quella dei cuchilleros, l’aveva solo studiata. “Mi sono documentato”, risponde a chi lo accusa di aver scritto di malviventi senza averne mai conosciuto uno. È un’ammissione rara, in un’epoca — la nostra, non solo la sua — che premia chi finge di aver vissuto ciò che ha solo immaginato. Ed è il punto da cui vale la pena partire per leggere Il manoscritto di Brodie, pubblicato nel 1970 e ora riproposto da Adelphi nella storica cura di Antonio Melis e nella traduzione di Lucia Lorenzini. Un Borges che rinuncia ai labirinti — o solo li nasconde meglio? La lettura più diffusa di questo libro, ed è quella che la stampa sta riproponendo in questi giorni, è che Borges qui abbandoni i suoi consueti artifici metafisici per un realismo asciutto, vicino al primo Kipling. Niente specchi infiniti, niente biblioteche di Babele: solo coltellinai, gauchos, faide di quartiere, destini che si compiono con la fatalità della tragedia greca trapiantata sotto il cielo di Buenos Aires. È una lettura convincente. Ma è anche, forse, troppo comoda.
L’indegno
Il Manoscritto di Brodie
Primo specchio.
Si può davvero parlare di “abbandono” del labirinto in un libro che si apre con una confessione sulla natura fittizia della propria autobiografia letteraria? L’indegno non è un racconto lineare travestito da confessione: è una confessione che mette in discussione la possibilità stessa della linearità. Se l’autore ammette di aver costruito la propria identità di scrittore “di sobborgo” su un vanto falso, allora l’intero libro andrebbe letto non come ritorno al reale, ma come un labirinto più discreto — uno che non si annuncia come tale. Forse Borges non ha smesso di costruire specchi: ha solo smesso di mostrarne la cornice.
Secondo specchio.
La critica insiste sull’”inevitabilità del destino” come chiave di lettura di questi racconti: i fratelli Nilsen, i guappi falliti, gli uomini mossi “come da un burattinaio invisibile”. Ma è una lettura che rischia di confondere lo stile con la metafisica. Le frasi brevi, il lessico spoglio — effetto, ci viene detto, della cecità e della dettatura — non sono prove di un destino ineluttabile: sono scelte retoriche che producono l’effetto dell’ineluttabilità. La tragedia greca funziona allo stesso modo: il fato sembra inevitabile perché la forma narrativa lo rende tale, non perché esista davvero un ordine cosmico che lo impone. Attribuire a Borges una visione tragica del destino umano significa forse scambiare una tecnica narrativa per una filosofia — un equivoco su cui mi sono già soffermata parlando di Borges, la cecità del fato, dove il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito scritto, ma circolarità, simultaneità, scambio delle parti tra chi scrive e chi legge.
Terzo specchio, il più scomodo.
L’articolo che ha occasionato questa riflessione definisce la “giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo” come condizione della grande letteratura — l’inferriata che separa il colto Borges-bambino dalla Palermo violenta diventa il simbolo di questa distanza necessaria. Ma si può rovesciare l’argomento: quella stessa inferriata è anche la testimonianza di un privilegio. Borges scrive di coltelli e di periferie perché non ha mai dovuto viverle, perché la biblioteca del padre gli ha garantito il tempo e gli strumenti per trasfigurarle in mito. La “distanza” elogiata come condizione estetica è, da un altro punto di vista, una condizione sociale: si mitizza meglio ciò che non si è costretti a subire. Non è una colpa — ma è una tensione che il testo stesso, con quella confessione iniziale, non nasconde. Sta al lettore deciderne il peso. Perché vale comunque la pena leggerlo Nessuna di queste obiezioni toglie valore al libro — semmai lo arricchisce. Il manoscritto di Brodie resta un testo che insegna qualcosa di prezioso: che la letteratura può rendere “l’immaginato più vero del reale”, come accade nell’incontro tra Borges e il vecchio compagno Trápani. Ma proprio per questo merita di essere letto due volte: una prima volta lasciandosi portare dalla voce del cantastorie cieco, una seconda volta interrogando quella voce — chiedendosi da dove parla, cosa tace, quale inferriata la separa da ciò che racconta. Forse è proprio questo l’insegnamento più circolare del libro: non esiste racconto del destino altrui che non sia, in qualche misura, un autoritratto di chi lo scrive.
Questo testo nasce da una conversazione con Claude — non come strumento che scrive al posto mio, ma come interlocutore a cui sottoporre una lettura e chiedere che la rovesci, che ne cerchi il contrario. Un esercizio di specchio condotto a due, nello spirito di quanto raccontavo in Il prompt come domanda viva: il prompt non come comando, ma come domanda che resta aperta finché qualcuno non la mette alla prova.
Su il mio blog Il Tempo Circolare Borges, la cecità del fato — il post a cui questo articolo si collega direttamente, sul tempo circolare e l’illusione dell’ordine necessario negli eventi
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
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Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. Chi è contento che sulla terra esista la musica. Chi scopre con piacere una etimologia. Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi. Il ceramista che premedita un colore e una forma. Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace. Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. Chi accarezza un animale addormentato. Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Il mondo ha bisogno d’essere salvato e non ne sa nulla. I giusti lo salvano e non sanno di salvarlo. Né sanno dell’esistenza di altri giusti. Gli altri uomini, poi, li ignorano. O, comunque, non sono in grado di vedere le nozze segrete del mondo con l’arte dei giusti. E noi, dal canto nostro, mentre il mondo non sa d’essere salvato e mentre i giusti non sanno d’esserne i salvatori, ignoriamo che ci sia un salvato e un salvante.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
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«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges»
Secondo Juan Nuño «la filosofia in Borges è una specie di cosmogonia» in cui mito, dottrina, poema, narrazione forniscono un’interpretazione dell’origine e della formazione del mondo. Ciò che egli ha fatto, nei suoi esercizi di stile, è stato evocare. Ed evocazione è un termine che indica «portare qualcosa alla memoria o all’immaginazione», esattamente ciò che Borges ha fatto con le teorie filosofiche cui ha attinto nel corso della sua formazione culturale e che si sono rivelate una grande risorsa per la sua sperimentazione letteraria. Ma evocare in spagnolo significa anche chiamare gli spiriti e i morti, supponendoli capaci di presentarsi nel momento degli incantesimi e delle invocazioni, come esseri presenti, stabili, filosofi antichi tornati per guidare un moderno Levi nella stesura della sua opera.
Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.
Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).
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A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.
Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.
Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
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Secondo Mallarmé su ogni opera d’arte si estende l’ala protettrice della Musa dell’Impotenza, la quale, a differenza della Musa Ispiratrice, contiene l’esecuzione di un’opera entro i limiti di ciò che è umanamente possibile. Ogni grande creatore è consapevole dell’imperfezione della propria opera e il fallimento è la materia di cui gran parte di ogni creazione è composta. Jorge Luis Borges e il suo maestro, Dante, lo sapevano: l’artista deve rassegnarsi a non raggiungere mai l’espressione compiuta della propria visione, e riconoscere che il fatto artistico, come disse lo stesso Borges, non è altro che “l’imminenza di una rivelazione che non avviene”.
nato a Buenos Aires e cresciuto a Tel Aviv, ha vissuto in Argentina, Italia, Francia, Inghilterra, Tahiti e Canada, dove ha preso la cittadinanza.? All’età di sedici anni lavorava in una celebre libreria di Buenos Aires dove ha conosciuto Jorge Luis Borges, diventandone il suo lettore privato (dal 1964 al 1968). Scrittore, saggista, traduttore e curatore di fama internazionale, Manguel scrive per diversi giornali internazionali ed è autore di molti libri, tra i quali: Con Borges (Adelphi, 2005); Diario di un lettore (Archinto, 2006) con cui ha vinto il Premio Grinzane Cavour 2007 per la saggistica; Stevenson sotto le palme (2007), L’amante puntiglioso (2009), Il ritorno (2010) per edizioni nottetempo; Al tavolo del cappellaio matto (2008), Il libro degli elogi (2009), Una vita immaginaria (2011), Dizionario dei luoghi fantastici (2011) per Archinto.
EVERNESS Solo una cosa non c’è. È l’oblio. Dio, che salva il metallo, salva la scoria e novera nella sua profetica memoria le lune che saranno e quelle che sono state. Link utili: Mostra Everness/Sempritudine… Altro
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Per dare autenticità, aggiungo un errore.“Tutto ciò che pubblico, per quanto appaia imperfetto, presuppone almeno dieci o quindici bozze. Non riesco a scrivere senza bozze, ma nell’ultima versione aggiungo un errore evidente, per rendere tutto spontaneo. Per me sarebbe impossibile non scrivere. So da sempre che il mio destino, come lettore o come scrittore, è connesso alla letteratura”.
Non mi importa vendere, voglio sognare.“Ammetto di essere stato conquistato dall’esempio di Emily Dickinson: scrivere senza pubblicare. Però ho commesso qualche imprudenza. In un’occasione ho chiesto ad Alfonso Reyes che senso avesse pubblicare: mi ha risposto, ‘Pubblichiamo per non passare la vita a correggere le bozze’. Penso che avesse ragione. Ogni volta che viene pubblicato un mio libro, non so cosa gli succede, non leggo nulla di ciò che è scritto intorno a lui. Non so se vende o meno. Cerco semplicemente di sognare altre cose, di scrivere un libro diverso, anche se di solito è molto simile al precedente”.
«Io» — rivela, dunque — «volli giocare coi Miei figli./ Fui tra loro con stupore e tenerezza./ Per opera di una magia/ nacqui stranamente in un ventre./ Vissi stregato, imprigionato in un corpo/ e nell’umiltà dell’anima/ …Conobbi la veglia, il sonno, i sogni,/ l’ignoranza, la carne,/ gli incerti labirinti della ragione,/ la misteriosa devozione dei cani./ Fui amato, compreso, osannato e appeso a una croce/… Ho affidato a un uomo qualunque questa scrittura;/ non sarà mai quello che voglio dire,/ non sarà che il suo riflesso./ Dalla mia eternità cadono questi segni/ …A volte penso con nostalgia/ all’odore di quella bottega di falegname».
Ma questa penombra— dice Borges — è una penombra lenta, che non fa male, «scorre per un dolce declivio/ e assomiglia all’eternità». Lui — dice ancora — non ne è sgomentato, come dovrebbe essere: la considera, invece, «una dolcezza, un ritorno». E dove conduce, quel ritorno, la strada lastricata di dormiveglia e sogni, giorni e notti, agonie e resurrezioni, sulla quale sono confluiti il sud e il nord, l’ovest e l’est, se non al non-luogo che è il nostro segreto centro?
Finse che il libro che voleva scrivere fosse già stato scritto, scritto da un altro, da un ipotetico autore sconosciuto, un autore di un’altra lingua, di un’altra cultura, e descrisse, riassunse, recensì questo libro ipotetico”. In quest’ottica, secondo lo scrittore italiano, Borges creò “una letteratura elevata al quadrato, e nello stesso tempo una letteratura con estrazione della radice quadrata di se stessa, una letteratura potenziale”.
La Letteratura è sempre stata Fantastica è cominciata con la Cosmogonia, con la Mitologia…bisogna ritornare alla tradizione fantastica, che è la vera grande tradizione…l’altra è piuttosto giornalismo, storia..
Tarabaralla Collezionismo Cartaceo e Oggetti di Famiglia di Simona Rinaldi Documenti Storici, Libri e Riviste, Prime Edizioni, Costume e Società, Ottocento, Risorgimento Italiano, Novecento. Collezione Privata
La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )