Il Manoscritto di Brodie – JLB

L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino

Il 19 giugno è tornata in libreria, per Adelphi, una delle opere più disobbedienti di Jorge Luis Borges. Undici racconti che sembrano aver rinunciato al labirinto — e che invece, a guardarli bene, ne sono la prova più sottile.

Nella mia libreria questo libro non è una novità annunciata da un comunicato stampa: è già lì, in un’edizione precedente, incorniciato da altri Borges accumulati negli anni — Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori, minimum fax. Vederlo riproposto oggi da Adelphi, con una nuova cura, non è una scoperta ma una sovrapposizione: lo stesso testo che torna a parlare da un’edizione diversa, in un tempo diverso. Ed è proprio questo, forse, il modo più onesto di leggere un classico — non come oggetto fisso, ma come un manoscritto che ogni edizione riscrive leggermente, anche senza cambiare una virgola.


C’è una frase, nell’incipit del racconto L’indegno, che vale da sola l’intero libro. Borges, ormai settantenne e quasi cieco, costretto a dettare ciò che un tempo scriveva, confessa: per anni ha ripetuto di essere cresciuto a Palermo, il quartiere dei coltelli e delle chitarre. Non era vero. Era cresciuto dall’altra parte di un’inferriata, in una casa con giardino e con la biblioteca di suo padre. La Palermo vera, quella dei cuchilleros, l’aveva solo studiata. “Mi sono documentato”, risponde a chi lo accusa di aver scritto di malviventi senza averne mai conosciuto uno.
È un’ammissione rara, in un’epoca — la nostra, non solo la sua — che premia chi finge di aver vissuto ciò che ha solo immaginato. Ed è il punto da cui vale la pena partire per leggere Il manoscritto di Brodie, pubblicato nel 1970 e ora riproposto da Adelphi nella storica cura di Antonio Melis e nella traduzione di Lucia Lorenzini.
Un Borges che rinuncia ai labirinti — o solo li nasconde meglio?
La lettura più diffusa di questo libro, ed è quella che la stampa sta riproponendo in questi giorni, è che Borges qui abbandoni i suoi consueti artifici metafisici per un realismo asciutto, vicino al primo Kipling. Niente specchi infiniti, niente biblioteche di Babele: solo coltellinai, gauchos, faide di quartiere, destini che si compiono con la fatalità della tragedia greca trapiantata sotto il cielo di Buenos Aires.
È una lettura convincente. Ma è anche, forse, troppo comoda.

L’indegno

Primo specchio.

Si può davvero parlare di “abbandono” del labirinto in un libro che si apre con una confessione sulla natura fittizia della propria autobiografia letteraria? L’indegno non è un racconto lineare travestito da confessione: è una confessione che mette in discussione la possibilità stessa della linearità. Se l’autore ammette di aver costruito la propria identità di scrittore “di sobborgo” su un vanto falso, allora l’intero libro andrebbe letto non come ritorno al reale, ma come un labirinto più discreto — uno che non si annuncia come tale. Forse Borges non ha smesso di costruire specchi: ha solo smesso di mostrarne la cornice.


Secondo specchio.

La critica insiste sull'”inevitabilità del destino” come chiave di lettura di questi racconti: i fratelli Nilsen, i guappi falliti, gli uomini mossi “come da un burattinaio invisibile”. Ma è una lettura che rischia di confondere lo stile con la metafisica. Le frasi brevi, il lessico spoglio — effetto, ci viene detto, della cecità e della dettatura — non sono prove di un destino ineluttabile: sono scelte retoriche che producono l’effetto dell’ineluttabilità. La tragedia greca funziona allo stesso modo: il fato sembra inevitabile perché la forma narrativa lo rende tale, non perché esista davvero un ordine cosmico che lo impone. Attribuire a Borges una visione tragica del destino umano significa forse scambiare una tecnica narrativa per una filosofia — un equivoco su cui mi sono già soffermata parlando di Borges, la cecità del fato, dove il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito scritto, ma circolarità, simultaneità, scambio delle parti tra chi scrive e chi legge.


Terzo specchio, il più scomodo.

L’articolo che ha occasionato questa riflessione definisce la “giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo” come condizione della grande letteratura — l’inferriata che separa il colto Borges-bambino dalla Palermo violenta diventa il simbolo di questa distanza necessaria. Ma si può rovesciare l’argomento: quella stessa inferriata è anche la testimonianza di un privilegio. Borges scrive di coltelli e di periferie perché non ha mai dovuto viverle, perché la biblioteca del padre gli ha garantito il tempo e gli strumenti per trasfigurarle in mito. La “distanza” elogiata come condizione estetica è, da un altro punto di vista, una condizione sociale: si mitizza meglio ciò che non si è costretti a subire. Non è una colpa — ma è una tensione che il testo stesso, con quella confessione iniziale, non nasconde. Sta al lettore deciderne il peso.
Perché vale comunque la pena leggerlo
Nessuna di queste obiezioni toglie valore al libro — semmai lo arricchisce. Il manoscritto di Brodie resta un testo che insegna qualcosa di prezioso: che la letteratura può rendere “l’immaginato più vero del reale”, come accade nell’incontro tra Borges e il vecchio compagno Trápani. Ma proprio per questo merita di essere letto due volte: una prima volta lasciandosi portare dalla voce del cantastorie cieco, una seconda volta interrogando quella voce — chiedendosi da dove parla, cosa tace, quale inferriata la separa da ciò che racconta.
Forse è proprio questo l’insegnamento più circolare del libro: non esiste racconto del destino altrui che non sia, in qualche misura, un autoritratto di chi lo scrive.

Questo testo nasce da una conversazione con Claude — non come strumento che scrive al posto mio, ma come interlocutore a cui sottoporre una lettura e chiedere che la rovesci, che ne cerchi il contrario. Un esercizio di specchio condotto a due, nello spirito di quanto raccontavo in Il prompt come domanda viva: il prompt non come comando, ma come domanda che resta aperta finché qualcuno non la mette alla prova.


Per approfondire


Jorge Luis Borges, Il manoscritto di Brodie, trad. di Lucia Lorenzini, cura di Antonio Melis, Adelphi, Biblioteca Adelphi

Jorge Luis Borges su Wikipedia in italiano


Su il mio blog  Il Tempo Circolare
Borges, la cecità del fato — il post a cui questo articolo si collega direttamente, sul tempo circolare e l’illusione dell’ordine necessario negli eventi

Link Nei Labirinti di Borges

About Me – Simona Rinaldi


“Non potevo né leggere né scrivere ma Ricordare”

“Non potevo né leggere né scrivere ma Ricordare”

Link

Audio, Podcast

RAI TECHE , TUTTO JORGE LUIS BORGES

Un Giovannj Minoli palesemente non all’altezza per me nell’intervista del 1984 a Borges

Lo scrittore è un tramite, riceve notizie misteriose

Non scrivo romanzi, non li leggo…

Il romanziere per eccellenza sarebbe Conrad per me

Jorge Luis Borges intervista a Lugano

Storia della Filosofia Occidentale

Il mondo come volontà e rappresentazione


Jorge Luis Borges, il mio rapporto con il tempo

Jorge Luis Borges, il mio rapporto con il tempo

«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges»

La Nuova Confutazione del Tempo

ITALY. Sicily. Palermo. 1984.
Argentinian writer Jorge Luis BORGES at the Hotel Villa Igea, in the Basile room.
© Ferdinando Scianna/Magnum Photos

Secondo Juan Nuño «la filosofia in Borges è una specie di cosmogonia» in cui mito, dottrina, poema, narrazione forniscono un’interpretazione dell’origine e della formazione del mondo. Ciò che egli ha fatto, nei suoi esercizi di stile, è stato evocare. Ed evocazione è un termine che indica «portare qualcosa alla memoria o all’immaginazione», esattamente ciò che Borges ha fatto con le teorie filosofiche cui ha attinto nel corso della sua formazione culturale e che si sono rivelate una grande risorsa per la sua sperimentazione letteraria. Ma evocare in spagnolo significa anche chiamare gli spiriti e i morti, supponendoli capaci di presentarsi nel momento degli incantesimi e delle invocazioni, come esseri presenti, stabili, filosofi antichi tornati per guidare un moderno Levi nella stesura della sua opera.

Link

Palermo © Ferdinando Scianna/Magnum Photos

Borges, la cecità del fato

Borges, la cecità del fato

J.l.B

Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.

https://www.marcelloveneziani.com/articoli/borges-la-cecita-del-fato/

Borges, la cecità del fato

di Marcello Veneziani

Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).

Blog

A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.

Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.

Ne scrivo più diffusamente in L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino, dove provo a leggere il libro a specchio, rovesciando alcune delle letture più comode che ne vengono fatte oggi.

Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.

Link


“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero – Droctulfo

“Oggi siamo notte e nulla”. L’eroe di Borges: Hilario Ascasubi, il poeta guerriero

Brume, Dei, Eroi di Jorge Luis Borges e Maria Esther Vázquez _ FMR

La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.
(Hofmannsthal)

La personalità di Hilario Ascasubi, altrimenti relegata nei manuali scolastici, del tutto ‘locale’ – in Italia è pressoché intradotto – ha ossessionato Jorge Luis Borges per tutta la vita. Il primo accenno che Borges fa ad Ascasubi è in Inquisiciones (1925), coagulo di saggi tirato in poche copie, per amici; il primo saggio autorevolmente pubblico che gli dedica è sul primo numero della rivista “Sur”, fondata dall’amica e mecenate Victoria Ocampo, nel 1931. Il saggio s’intitola El coronel Ascasubi, Borges deve compiere 32 anni, vive in un’assolata incertezza di sé: Finzioni, per intenderci, viene pubblicato dalle edizioni Sur nel 1944. …

Leggi l’articolo completo

Borges non è soltanto artifici, arcane miserie, zoroastrismo libresco ed eccelso talento nel catalogare le ombre, con l’ansia onnivora di vagabondare tra i codici islandesi medioevali e i monaci del Giappone antico, sostando tra i paragrafi di Scoto Eriugena, libri di sabbia, Minotauri rosi dal male della melancolia, la cabbala e il bestiario. Borges, soprattutto, è affascinato dai militari in disastro, i generali genuflessi, anzi tutto, all’Oriente del proprio coriaceo carisma, i destini acquartierati tra la gloria di un momento e la disfatta: in una pallottola ravvisa lo specchio, in un bivio sulla via per Montevideo il diktat del labirinto, in una battaglia all’arma bianca l’aura di un foglio, l’albume di una storia mutilata.

Droctulfo, difensore di Ravenna: la storia che ha ispirato Borges

Droctulfo era di origini sveve o alemanne e in gioventù fu schiavo presso la corte del re longobardo Alboino. Nonostante ciò, divenne duca longobardo per i suoi grandi meriti.

Nel 572 d.C. la svolta che lo rese celebre: durante la guerra tra il suo popolo e i Bizantini per la conquista dell’Italia, tradì i suoi commilitoni e si mise a combattere a fianco degli abitanti di Ravenna per la difesa della città.

Il motivo di questa scelta non è chiaro, ma lo storico Paolo Diacono ipotizzò che il cambio di bandiera fosse avvenuto per vendicare lo stato di prigionia che avevo subito da giovane.

Da allora, Droctulfo visse e combatté sempre a fianco dei Bizantini, e si distinse in imprese importanti, come la liberazione di Classe. Morì lontano da Ravenna ma, per sua stessa richiesta, fu sepolto qui.

Fu celebrato con tutti gli onori, e la sua tomba fu collocata a fianco di quella del martire Vitale. Gli fu dedicato un bellissimo epitaffio, lodato per la sua qualità letteraria da Benedetto Croce e che ha ispirato un racconto del grandissimo Jorge Luis Borges.

Link

Il Giardino e la nostalgia


Vaghe Eufonie – Le spoglie di Seneca – Riccardo Campa – temi borgesiani

VAGHE EUFONIE

Temi borgesiani nella cultura contemporanea

Istituto della ENCICLOPEDIA ITALIANA

#riccardocampa #jorgeluisborges

Le spoglie di Seneca

Riflessioni in penombra con J.B.Borges


Borges, il poeta della disumanità e della nostalgia _ Articolo

Borges, il poeta della disumanità e della nostalgia

Borges è il poeta dell’essenziale e della disumanità insita in ogni purezza, apparente, di fronte alla totalità della vita. Soltanto letture superficiali della sua opera possono fare di Borges il simbolo e il cantore di una raffinatezza manieristica impermeabile ai sentimenti, espressione di un compiaciuto artificio, di una letterarietà superba ed estranea alla vita. Anzi, Borges è il cantore della nostalgia della vita, della sua semplicità profonda e struggente, della sua verità inattingibile e perduta. C’è una malinconia del mutamento che attraversa la sua poesia e il suo pensiero. Borges amava il tango che, come ha scritto Enrique Santos Discepolo, musicista, compositore e regista argentino, è «pensiero triste che si balla»; una danza che è una “grazia rara” che si accompagna al dono dell’istante, all’epica di un riscatto, forse, impossibile, al sogno di una liberazione sempre di là da venire.

Link

La sfida posta dal “Tempo”, il suo trascorrere, ha un ruolo fondamentale anche nella storia delle religioni, in cui c’è una sorta di “rispetto per il tempo”, per non perdersi nell’indistinto, attraverso la periodicità e la ricorrenza delle festività, dei cicli solari e lunari. Elementi che, come ha insegnato Mircea Eliade, servono a rompere l’omogeneità del tempo e a costruire una porzione della sua sacralità.

La Bibbia è stata una presenza costante nella vita di Borges che riteneva vi fosse un trittico di storie capitali nella storia dell’umanità: l’Iliade, l’Odissea e, quello che chiamava il terzo “poema”: le storie bibliche, appunto. La sua era una vera passione per la Bibbia. In Siete conversaciones con Borges, lo scrittore afferma: «Di tutti i libri della Bibbia quelli che mi hanno impressionato sono il libro di Giobbe, l’Ecclesiaste (o Qohelet), i Vangeli. Sarebbe troppo complicato seguire tutti i passaggi evocati da Borges nella sua opera, tratti dalla Bibbia, le immagini, le figure, i personaggi. Molte sue opere sono dei veri e propri commenti e interpretazioni dei testi biblici. Penso in particolare a L’Aleph. Caino e Abele, il tema della colpa. Il volto di Cristo che è da ricercare negli specchi ove si riflettono i volti umani. Il termine “parola”, logos, davar, Wort, che Goethe, nel Faust tradurrà come forza, atto, (proprio come la parola davar, che in ebraico significa parola e cosa), è al centro di profonde analisi e meditazioni da parte di Borges. Non sono solo codici linguistici. A più riprese Borges aveva espresso il suo desidero di essere ebreo. Borges nutriva una vera fascinazione per il misticismo ebraico e per la Qabbalah.

Al momento della morte, accanto al letto, aveva il  Livre de Poche  di  Voltaire e i Frammenti di Novalis


  • Il Manoscritto di Brodie – JLB

    L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino

    Il 19 giugno è tornata in libreria, per Adelphi, una delle opere più disobbedienti di Jorge Luis Borges. Undici racconti che sembrano aver rinunciato al labirinto — e che invece, a guardarli bene, ne sono la prova più sottile.

    Nella mia libreria questo libro non è una novità annunciata da un comunicato stampa: è già lì, in un’edizione precedente, incorniciato da altri Borges accumulati negli anni — Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori, minimum fax. Vederlo riproposto oggi da Adelphi, con una nuova cura, non è una scoperta ma una sovrapposizione: lo stesso testo che torna a parlare da un’edizione diversa, in un tempo diverso. Ed è proprio questo, forse, il modo più onesto di leggere un classico — non come oggetto fisso, ma come un manoscritto che ogni edizione riscrive leggermente, anche senza cambiare una virgola.


    C’è una frase, nell’incipit del racconto L’indegno, che vale da sola l’intero libro. Borges, ormai settantenne e quasi cieco, costretto a dettare ciò che un tempo scriveva, confessa: per anni ha ripetuto di essere cresciuto a Palermo, il quartiere dei coltelli e delle chitarre. Non era vero. Era cresciuto dall’altra parte di un’inferriata, in una casa con giardino e con la biblioteca di suo padre. La Palermo vera, quella dei cuchilleros, l’aveva solo studiata. “Mi sono documentato”, risponde a chi lo accusa di aver scritto di malviventi senza averne mai conosciuto uno.
    È un’ammissione rara, in un’epoca — la nostra, non solo la sua — che premia chi finge di aver vissuto ciò che ha solo immaginato. Ed è il punto da cui vale la pena partire per leggere Il manoscritto di Brodie, pubblicato nel 1970 e ora riproposto da Adelphi nella storica cura di Antonio Melis e nella traduzione di Lucia Lorenzini.
    Un Borges che rinuncia ai labirinti — o solo li nasconde meglio?
    La lettura più diffusa di questo libro, ed è quella che la stampa sta riproponendo in questi giorni, è che Borges qui abbandoni i suoi consueti artifici metafisici per un realismo asciutto, vicino al primo Kipling. Niente specchi infiniti, niente biblioteche di Babele: solo coltellinai, gauchos, faide di quartiere, destini che si compiono con la fatalità della tragedia greca trapiantata sotto il cielo di Buenos Aires.
    È una lettura convincente. Ma è anche, forse, troppo comoda.

    L’indegno

    Primo specchio.

    Si può davvero parlare di “abbandono” del labirinto in un libro che si apre con una confessione sulla natura fittizia della propria autobiografia letteraria? L’indegno non è un racconto lineare travestito da confessione: è una confessione che mette in discussione la possibilità stessa della linearità. Se l’autore ammette di aver costruito la propria identità di scrittore “di sobborgo” su un vanto falso, allora l’intero libro andrebbe letto non come ritorno al reale, ma come un labirinto più discreto — uno che non si annuncia come tale. Forse Borges non ha smesso di costruire specchi: ha solo smesso di mostrarne la cornice.


    Secondo specchio.

    La critica insiste sull’”inevitabilità del destino” come chiave di lettura di questi racconti: i fratelli Nilsen, i guappi falliti, gli uomini mossi “come da un burattinaio invisibile”. Ma è una lettura che rischia di confondere lo stile con la metafisica. Le frasi brevi, il lessico spoglio — effetto, ci viene detto, della cecità e della dettatura — non sono prove di un destino ineluttabile: sono scelte retoriche che producono l’effetto dell’ineluttabilità. La tragedia greca funziona allo stesso modo: il fato sembra inevitabile perché la forma narrativa lo rende tale, non perché esista davvero un ordine cosmico che lo impone. Attribuire a Borges una visione tragica del destino umano significa forse scambiare una tecnica narrativa per una filosofia — un equivoco su cui mi sono già soffermata parlando di Borges, la cecità del fato, dove il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito scritto, ma circolarità, simultaneità, scambio delle parti tra chi scrive e chi legge.


    Terzo specchio, il più scomodo.

    L’articolo che ha occasionato questa riflessione definisce la “giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo” come condizione della grande letteratura — l’inferriata che separa il colto Borges-bambino dalla Palermo violenta diventa il simbolo di questa distanza necessaria. Ma si può rovesciare l’argomento: quella stessa inferriata è anche la testimonianza di un privilegio. Borges scrive di coltelli e di periferie perché non ha mai dovuto viverle, perché la biblioteca del padre gli ha garantito il tempo e gli strumenti per trasfigurarle in mito. La “distanza” elogiata come condizione estetica è, da un altro punto di vista, una condizione sociale: si mitizza meglio ciò che non si è costretti a subire. Non è una colpa — ma è una tensione che il testo stesso, con quella confessione iniziale, non nasconde. Sta al lettore deciderne il peso.
    Perché vale comunque la pena leggerlo
    Nessuna di queste obiezioni toglie valore al libro — semmai lo arricchisce. Il manoscritto di Brodie resta un testo che insegna qualcosa di prezioso: che la letteratura può rendere “l’immaginato più vero del reale”, come accade nell’incontro tra Borges e il vecchio compagno Trápani. Ma proprio per questo merita di essere letto due volte: una prima volta lasciandosi portare dalla voce del cantastorie cieco, una seconda volta interrogando quella voce — chiedendosi da dove parla, cosa tace, quale inferriata la separa da ciò che racconta.
    Forse è proprio questo l’insegnamento più circolare del libro: non esiste racconto del destino altrui che non sia, in qualche misura, un autoritratto di chi lo scrive.

    Questo testo nasce da una conversazione con Claude — non come strumento che scrive al posto mio, ma come interlocutore a cui sottoporre una lettura e chiedere che la rovesci, che ne cerchi il contrario. Un esercizio di specchio condotto a due, nello spirito di quanto raccontavo in Il prompt come domanda viva: il prompt non come comando, ma come domanda che resta aperta finché qualcuno non la mette alla prova.


    Per approfondire


    Jorge Luis Borges, Il manoscritto di Brodie, trad. di Lucia Lorenzini, cura di Antonio Melis, Adelphi, Biblioteca Adelphi

    Jorge Luis Borges su Wikipedia in italiano


    Su il mio blog  Il Tempo Circolare
    Borges, la cecità del fato — il post a cui questo articolo si collega direttamente, sul tempo circolare e l’illusione dell’ordine necessario negli eventi

    Link Nei Labirinti di Borges

    About Me – Simona Rinaldi


  • Jorge Luis Borges – I Giusti

    La Cifra

    I Giusti

    1° Edizone 1981

    Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
    Chi è contento che sulla terra esista la musica.
    Chi scopre con piacere una etimologia.
    Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
    Il ceramista che premedita un colore e una forma.
    Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
    Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
    Chi accarezza un animale addormentato.
    Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
    Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
    Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
    Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

    Jorge Luis Borges

    Il mondo ha bisogno d’essere salvato e non ne sa nulla. I giusti lo salvano e non sanno di salvarlo. Né sanno dell’esistenza di altri giusti. Gli altri uomini, poi, li ignorano. O, comunque, non sono in grado di vedere le nozze segrete del mondo con l’arte dei giusti. E noi, dal canto nostro, mentre il mondo non sa d’essere salvato e mentre i giusti non sanno d’esserne i salvatori, ignoriamo che ci sia un salvato e un salvante.

    Link


  • “Non potevo né leggere né scrivere ma Ricordare”

    “Non potevo né leggere né scrivere ma Ricordare”

    Link

    Audio, Podcast

    RAI TECHE , TUTTO JORGE LUIS BORGES

    Un Giovannj Minoli palesemente non all’altezza per me nell’intervista del 1984 a Borges

    Lo scrittore è un tramite, riceve notizie misteriose

    Non scrivo romanzi, non li leggo…

    Il romanziere per eccellenza sarebbe Conrad per me

    Jorge Luis Borges intervista a Lugano

    Storia della Filosofia Occidentale

    Il mondo come volontà e rappresentazione


  • Jorge Luis Borges, il mio rapporto con il tempo

    Jorge Luis Borges, il mio rapporto con il tempo

    «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges»

    La Nuova Confutazione del Tempo

    ITALY. Sicily. Palermo. 1984.
    Argentinian writer Jorge Luis BORGES at the Hotel Villa Igea, in the Basile room.
    © Ferdinando Scianna/Magnum Photos

    Secondo Juan Nuño «la filosofia in Borges è una specie di cosmogonia» in cui mito, dottrina, poema, narrazione forniscono un’interpretazione dell’origine e della formazione del mondo. Ciò che egli ha fatto, nei suoi esercizi di stile, è stato evocare. Ed evocazione è un termine che indica «portare qualcosa alla memoria o all’immaginazione», esattamente ciò che Borges ha fatto con le teorie filosofiche cui ha attinto nel corso della sua formazione culturale e che si sono rivelate una grande risorsa per la sua sperimentazione letteraria. Ma evocare in spagnolo significa anche chiamare gli spiriti e i morti, supponendoli capaci di presentarsi nel momento degli incantesimi e delle invocazioni, come esseri presenti, stabili, filosofi antichi tornati per guidare un moderno Levi nella stesura della sua opera.

    Link

    Palermo © Ferdinando Scianna/Magnum Photos
  • Borges, la cecità del fato

    Borges, la cecità del fato

    J.l.B

    Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”.

    https://www.marcelloveneziani.com/articoli/borges-la-cecita-del-fato/

    Borges, la cecità del fato

    di Marcello Veneziani

    Cent’anni fa, nel 1923, nasceva sulle vie di Buenos Aires un poeta. Si chiamava Jorges Luis Borges, aveva 24 anni…..Anche se “tutta la letteratura è autobiografica”, la personalità per Borges non ha consistenza; l’io non esiste, al più confluisce in un Io trascendentale e impersonale. Un promettente Borges degli esordi già scrive al suo “eventuale lettore”: “Se nelle pagine che seguono c’è qualche verso ben riuscito, mi perdoni il lettore la sfrontatezza di averlo composto prima di lui. Tutti siamo la stessa persona; le nostre nullità differiscono così poco, e così tanto influiscono le circostanze sulle anime, che è quasi una casualità che tu sia il leggente e io lo scrivente”. La fama, scrive, è solo un riflesso di sogni dentro il sogno d’uno specchio (Spinoza).

    Blog

    A distanza di tre anni da queste righe, torno sul tema del fato leggendo Il manoscritto di Brodie, l’opera che Borges dettò ormai cieco e che la critica continua a presentare come il suo libro più “lineare”, quasi un abbandono del labirinto in favore di un destino che si compie senza scampo, alla maniera della tragedia greca.

    Ma è una lettura che vale la pena mettere in discussione proprio a partire da quanto scritto qui: se il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito già scritto, ma — come ricordava Veneziani — simultaneità e scambio delle parti tra chi scrive e chi legge, allora anche l’apparente fatalità di Brodie andrebbe letta diversamente. Non come un ordine cosmico che si impone ai personaggi, ma come un effetto della forma: frasi brevi, lessico spoglio, conseguenza diretta della cecità e della dettatura, che producono l’illusione dell’ineluttabile senza per questo dimostrarla.

    Ne scrivo più diffusamente in L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino, dove provo a leggere il libro a specchio, rovesciando alcune delle letture più comode che ne vengono fatte oggi.

    Qual è la magia di Borges? Cogliere la realtà standone dall’altra parte; nel mito, nel sogno, nello specchio, nella finzione, nell’immaginazione e nella letteratura, che è poi la sintesi poetica-erudita di tutto questo. Nella Storia dell’eternità, Borges fa il verso a Platone, a Plotino e a Sant’Agostino, fa la parodia onirica, ludica e fiabesca della filosofia e si burla dell’eternità e del tempo. Il tempo essenziale, per lui, è oziosamente circolare anziché virtuosamente rettilineo; non conosce successione tra passato, presente e futuro, ma simultaneità, ripetizione e scambio delle parti.

    Link


Isola di San Giorgio – Fondazione Cini – Labirinto di Borges

Labirinto di Jorge Luis Borges

Labirinto di Borges dal Campanile di San Giorgio Maggiore

È tra i luoghi più affascinanti di Venezia, sull’Isola di San Giorgio, dedicato a uno degli scrittori e poeti più influenti del Novecento: si tratta del Labirinto Borges, realizzato nel 2011 dalla Fondazione Giorgio Cini su progetto dell’architetto inglese Randoll Coate, un omaggio a Jorge Luis Borges e in particolare a una sua opera, Il giardino dei sentieri che si biforcano. Il labirinto, realizzato per volere della vedova di Borges Maria Kodama, finora è stato fruibile solo dall’alto, dal terrazzo del Centro Branca, da cui è possibile scorgere, tra le oltre 3200 piante di bosso alte novanta centimetri, una serie di simboli che richiamano le opere di Borges: un bastone, gli specchi, due clessidre, un enorme punto di domanda, la tigre, il nome Jorge Luis e le iniziali di Maria Kodama, con siepi disposte in modo da formare il nome Borges. Un luogo, questo, in cui finalmente sarà possibile immergersi, perdersi, disorientarsi e ritrovarsi: dal prossimo 11 giugno infatti il Labirinto aprirà per la prima volta al pubblico, un’occasione speciale per celebrare il decennale della sua creazione, i 35 anni dalla scomparsa di Borges e i 70 anni della Fondazione Giorgio Cini. Con un progetto speciale: sarà possibile visitare il Labirinto accompagnati dalle musiche appositamente composte da Antonio Fresa, eseguite e registrate con l’Orchestra del Teatro La Fenice.

Link

Vista sul Labirinto e la Fondazione Cini dal Campanile di San Giorgio Maggiore

“Per me questo è un progetto meraviglioso, è un regalo magico che mi fece, dopo la morte di Borges, Randoll Coate, un architetto inglese di labirinti che ha conosciuto Borges molti anni fa in Argentina”, ma mai, racconta così Maria Per me questo è un progetto meraviglioso, è un regalo magico che mi fece, dopo la morte di Borges, Randoll Coate, un architetto inglese di labirinti che ha conosciuto Borges molti anni fa in Argentina”, mamairacconta così Maria Kodama la nascita del Labirinto Borges. Questo labirinto che si è fatto qui a Venezia, perché Venezia era una delle città più amate o tra le più amate da Borges, è una città labirinto, è una città unica di una delicatezza e una complessità sottili e meravigliosa, con una storia altrettanto meravigliosa. Venezia quindi è la città che, per sua natura, è stata deputata ad accogliere un’opera dedicata a Borges, in qualche modo vicina allo stile e all’opera dell’autore argentino: non a caso Randoll Coate ha scelto di omaggiare, con il suo Labirinto,Il giardino dei sentieri che si biforcano, racconto del 1941 ambientato durante la Prima Guerra Mondiale che si sviluppa come un enigma il cui mistero, proprio sotto forma di simboli e di un labirinto, viene svelato solo alla fine.“Il giardino dei sentieri che si biforcano è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo: è questa causa recondita a vietare la menzione del suo nome”, scrive Borges ne Il giardino dei sentieri che si biforcano“Omettere sempre una parola, ricorrere a metafore inette e a perifrasi evidenti, è forse il modo più enfatico di indicarla. È il modo tortuoso che preferì, in ciascun meandro del suo infaticabile romanzo, l’obliquo Ts’ui Pen”. labirinto, è una città unica di una delicatezza e una complessità sottili e meravigliosa, con una storia altrettanto meravigliosa”. Venezia quindi è la città che, per sua natura, è stata deputata ad accogliere un’opera dedicata a Borges, in qualche modo vicina allo stile e all’opera dell’autore argentino: non a caso Randoll Coate ha scelto di omaggiare, con il suo Labirinto,Il giardino dei sentieri che si biforcano, racconto del 1941 ambientato durante la Prima Guerra Mondiale che si sviluppa come un enigma il cui mistero, proprio sotto forma di simboli e di un labirinto, viene svelato solo alla fine.“Il giardino dei sentieri che si biforcano è un enorme indovinello, o parabola, il cui tema è il tempo: è questa causa recondita a vietare la menzione del suo nome”, scrive Borges ne Il giardino dei sentieri che si biforcano. “Omettere sempre una parola, ricorrere a metafore inette e a perifrasi evidenti, è forse il modo più enfatico di indicarla. È il modo tortuoso che preferì, in ciascun meandro del suo infaticabile romanzo, l’obliquo Ts’ui Pen”.


Alberto Manguel – La musa dell’impotenza – Festival della Mente

Alberto Manguel al Festival della Mente

L’imminenza di una rivelazione che non avviene

Podcast

La Musa dell’Impotenza

Secondo Mallarmé su ogni opera d’arte si estende l’ala protettrice della Musa dell’Impotenza, la quale, a differenza della Musa Ispiratrice, contiene l’esecuzione di un’opera entro i limiti di ciò che è umanamente possibile. Ogni grande creatore è consapevole dell’imperfezione della propria opera e il fallimento è la materia di cui gran parte di ogni creazione è composta. Jorge Luis Borges e il suo maestro, Dante, lo sapevano: l’artista deve rassegnarsi a non raggiungere mai l’espressione compiuta della propria visione, e riconoscere che il fatto artistico, come disse lo stesso Borges, non è altro che “l’imminenza di una rivelazione che non avviene”.

https://spreaker.page.link/cF9HvdRQuZTwpbRw7

Link

ALBERTO MANGUEL

nato a Buenos Aires e cresciuto a Tel Aviv, ha vissuto in Argentina, Italia, Francia, Inghilterra, Tahiti e Canada, dove ha preso la cittadinanza.? All’età di sedici anni lavorava in una celebre libreria di Buenos Aires dove ha conosciuto Jorge Luis Borges, diventandone il suo lettore privato (dal 1964 al 1968). Scrittore, saggista, traduttore e curatore di fama internazionale, Manguel scrive per diversi giornali internazionali ed è autore di molti libri, tra i quali: Con Borges (Adelphi, 2005); Diario di un lettore (Archinto, 2006) con cui ha vinto il Premio Grinzane Cavour 2007 per la saggistica; Stevenson sotto le palme (2007), L’amante puntiglioso (2009), Il ritorno (2010) per edizioni nottetempo; Al tavolo del cappellaio matto (2008), Il libro degli elogi (2009), Una vita immaginaria (2011), Dizionario dei luoghi fantastici (2011) per Archinto.


J.L.B – IL GIOCO DELL’ARANCIA

Il Gioco dell’Arancia – Tlon

LABORATORIO SAN FILIPPO NERI

Lo scopo di ‘Scuola di filosofie’ è pratico: riportare le riflessioni dei grandi pensatori scelti da Maura Gancitano e Andrea Colamedici nella strade aperte delle città e nelle dinamiche quotidiane della vita perché è proprio nelle piazze e tra le persone che è nata e prosperata la filosofia. In questo incontro dedicato a Jorge Luis Borges viene affrontata la filosofia del grande poeta e scrittore argentino che ha saputo raccontare la magia e il rigore dell’esistenza umana insegnando l’arte di abitare il dubbio e la meraviglia. Uno sguardo che tenta di discernere tra il vero e il falso in un mondo alla rovescia, un mondo falso che viene creduto vero. Tlon è una scuola permanente di filosofia e immaginazione fondata da Maura Gancitano e Andrea Colamedici che è anche casa editrice, agenzia di eventi e catena di librerie.

Link

Scrivere per dimenticarsi