Il Manoscritto di Brodie – JLB

L’inferriata e lo specchio: cosa ci dice davvero “Il manoscritto di Brodie” sul destino

Il 19 giugno è tornata in libreria, per Adelphi, una delle opere più disobbedienti di Jorge Luis Borges. Undici racconti che sembrano aver rinunciato al labirinto — e che invece, a guardarli bene, ne sono la prova più sottile.

Nella mia libreria questo libro non è una novità annunciata da un comunicato stampa: è già lì, in un’edizione precedente, incorniciato da altri Borges accumulati negli anni — Rizzoli, Feltrinelli, Mondadori, minimum fax. Vederlo riproposto oggi da Adelphi, con una nuova cura, non è una scoperta ma una sovrapposizione: lo stesso testo che torna a parlare da un’edizione diversa, in un tempo diverso. Ed è proprio questo, forse, il modo più onesto di leggere un classico — non come oggetto fisso, ma come un manoscritto che ogni edizione riscrive leggermente, anche senza cambiare una virgola.


C’è una frase, nell’incipit del racconto L’indegno, che vale da sola l’intero libro. Borges, ormai settantenne e quasi cieco, costretto a dettare ciò che un tempo scriveva, confessa: per anni ha ripetuto di essere cresciuto a Palermo, il quartiere dei coltelli e delle chitarre. Non era vero. Era cresciuto dall’altra parte di un’inferriata, in una casa con giardino e con la biblioteca di suo padre. La Palermo vera, quella dei cuchilleros, l’aveva solo studiata. “Mi sono documentato”, risponde a chi lo accusa di aver scritto di malviventi senza averne mai conosciuto uno.
È un’ammissione rara, in un’epoca — la nostra, non solo la sua — che premia chi finge di aver vissuto ciò che ha solo immaginato. Ed è il punto da cui vale la pena partire per leggere Il manoscritto di Brodie, pubblicato nel 1970 e ora riproposto da Adelphi nella storica cura di Antonio Melis e nella traduzione di Lucia Lorenzini.
Un Borges che rinuncia ai labirinti — o solo li nasconde meglio?
La lettura più diffusa di questo libro, ed è quella che la stampa sta riproponendo in questi giorni, è che Borges qui abbandoni i suoi consueti artifici metafisici per un realismo asciutto, vicino al primo Kipling. Niente specchi infiniti, niente biblioteche di Babele: solo coltellinai, gauchos, faide di quartiere, destini che si compiono con la fatalità della tragedia greca trapiantata sotto il cielo di Buenos Aires.
È una lettura convincente. Ma è anche, forse, troppo comoda.

L’indegno

Primo specchio.

Si può davvero parlare di “abbandono” del labirinto in un libro che si apre con una confessione sulla natura fittizia della propria autobiografia letteraria? L’indegno non è un racconto lineare travestito da confessione: è una confessione che mette in discussione la possibilità stessa della linearità. Se l’autore ammette di aver costruito la propria identità di scrittore “di sobborgo” su un vanto falso, allora l’intero libro andrebbe letto non come ritorno al reale, ma come un labirinto più discreto — uno che non si annuncia come tale. Forse Borges non ha smesso di costruire specchi: ha solo smesso di mostrarne la cornice.


Secondo specchio.

La critica insiste sull'”inevitabilità del destino” come chiave di lettura di questi racconti: i fratelli Nilsen, i guappi falliti, gli uomini mossi “come da un burattinaio invisibile”. Ma è una lettura che rischia di confondere lo stile con la metafisica. Le frasi brevi, il lessico spoglio — effetto, ci viene detto, della cecità e della dettatura — non sono prove di un destino ineluttabile: sono scelte retoriche che producono l’effetto dell’ineluttabilità. La tragedia greca funziona allo stesso modo: il fato sembra inevitabile perché la forma narrativa lo rende tale, non perché esista davvero un ordine cosmico che lo impone. Attribuire a Borges una visione tragica del destino umano significa forse scambiare una tecnica narrativa per una filosofia — un equivoco su cui mi sono già soffermata parlando di Borges, la cecità del fato, dove il tempo borgesiano non è mai progressione verso un esito scritto, ma circolarità, simultaneità, scambio delle parti tra chi scrive e chi legge.


Terzo specchio, il più scomodo.

L’articolo che ha occasionato questa riflessione definisce la “giusta distanza che l’artista deve frapporre tra sé e il mondo” come condizione della grande letteratura — l’inferriata che separa il colto Borges-bambino dalla Palermo violenta diventa il simbolo di questa distanza necessaria. Ma si può rovesciare l’argomento: quella stessa inferriata è anche la testimonianza di un privilegio. Borges scrive di coltelli e di periferie perché non ha mai dovuto viverle, perché la biblioteca del padre gli ha garantito il tempo e gli strumenti per trasfigurarle in mito. La “distanza” elogiata come condizione estetica è, da un altro punto di vista, una condizione sociale: si mitizza meglio ciò che non si è costretti a subire. Non è una colpa — ma è una tensione che il testo stesso, con quella confessione iniziale, non nasconde. Sta al lettore deciderne il peso.
Perché vale comunque la pena leggerlo
Nessuna di queste obiezioni toglie valore al libro — semmai lo arricchisce. Il manoscritto di Brodie resta un testo che insegna qualcosa di prezioso: che la letteratura può rendere “l’immaginato più vero del reale”, come accade nell’incontro tra Borges e il vecchio compagno Trápani. Ma proprio per questo merita di essere letto due volte: una prima volta lasciandosi portare dalla voce del cantastorie cieco, una seconda volta interrogando quella voce — chiedendosi da dove parla, cosa tace, quale inferriata la separa da ciò che racconta.
Forse è proprio questo l’insegnamento più circolare del libro: non esiste racconto del destino altrui che non sia, in qualche misura, un autoritratto di chi lo scrive.

Questo testo nasce da una conversazione con Claude — non come strumento che scrive al posto mio, ma come interlocutore a cui sottoporre una lettura e chiedere che la rovesci, che ne cerchi il contrario. Un esercizio di specchio condotto a due, nello spirito di quanto raccontavo in Il prompt come domanda viva: il prompt non come comando, ma come domanda che resta aperta finché qualcuno non la mette alla prova.


Per approfondire


Jorge Luis Borges, Il manoscritto di Brodie, trad. di Lucia Lorenzini, cura di Antonio Melis, Adelphi, Biblioteca Adelphi

Jorge Luis Borges su Wikipedia in italiano


Su il mio blog  Il Tempo Circolare
Borges, la cecità del fato — il post a cui questo articolo si collega direttamente, sul tempo circolare e l’illusione dell’ordine necessario negli eventi

Link Nei Labirinti di Borges

About Me – Simona Rinaldi


ISTANTI (J.L.B. ?) – Apocrifo

 ISTANTI (J.L.B. ?)

nel senso di Jenny loves Borges?

Melencolia I-Incisione di A. Durer 1514

apòcrifo agg. e s. m. [dal lat. tardo apocry̆phus, gr. ἀπόκρυϕος «occulto, segreto», der. di ἀποκρύπτω «nascondere»]. – Di libro, scritto, o documento non autentico, non genuino. In partic., libri a. (o semplicem. apocrifi), Vangeli a., quelli che la Chiesa cattolica esclude dal canone delle Sacre Scritture, in quanto non ne riconosce l’ispirazione divina.

“Se potessi vivere di nuovo la mia vita.

Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igenico.
Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.
Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.
Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.
Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l’adesso.
Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell’acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.
Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all’inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell’autunno.
Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.
Ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo.”
J.L.B.(?)
Dopo 9 anni di letture assidue, intime, quasi ossessive ( ma i primi contatti, risalgono al 1993, con Calvino)  letto, riletto e visionato molto di Jorge Luis Borges, interviste, stralci, mostre, spettacoli e consultato opere da lui selezionate (penso ad esempio a tutta la Biblioteca di Babele)  si è costituita in me un opinione (che sicuramente evolverà ancora e ancora, fortunatamente) diversa in merito a questa poesia e ai commenti più opportuni da inserire; all’inizio non scrivevo assolutamente nulla, non contaminavo il post se non con rimandi ad altri link.
 Avevo completamente sommerso dall’oblio, appoggiandolo nel cassetto virtuale del lontano 2010,  la nudità cafona di
questo copia e incolla dal web, di “Istanti”…
A quel tempo mancavano tracce critiche da fonti attendibili, anzi, titolati letterati ne incentivavano la diffusione nei loro blog, definendola opera eccelsa del Maestro e la mia opinione critica non era ancora strutturata a sufficienza, per ergersi ad eletta al giudizio superiore (e non lo sarà mai), nonostante avessi già mostrato tutta la mia perplessità verso la trama della narrazione, così poco “fantastica”.
Dunque….
Assordante, nell’uso delle frasi, nella composizione della prosa (priva di rigore stilistico nella narrazione), senza precisione, rimandi letterari filosofici, evocazioni, citazioni bibliografiche o utilizzo di kenningar, goffamente “amichevole” e “mortale”,  in chiusura quasi patetico.
“Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell’acqua calda,
un ombrello e un paracadute”
Queste sono parole rozze, grevi, manca una trama sospesa tra il fantastico e l’epico, un opera scritta da
Mani di provincia, con occhi appoggiati a qualche lettura di inserti della domenica, che si cimenta in una sorta di confessione compiaciuta allo specchio, prima della barba.
Invenzione
Parole che non si trovano nel lessico comune di Borges, mai…
“Mangerei più gelati e meno fave” potrebbe scriverlo Fabio Volo o Moccia, cito due nomi a caso…che non ho mai letto..
2014
2016
A seguire il libro L’Artefice da poter sfogliare per farsi una idea sulla composizione poetica di Jorge Luis Borges e sulle scelte stilistiche dell’autore
per tutte:
POESIA DEI DONI
 A
 
 María Esther Vàzquez 

Poesia dei Doni
Poesia dei Doni da L’Artefice

Poesia dei Doni 1
Poesia dei Doni da L’Artefice