Estetica dell’Abdicazione, Pessoa Imminenza dell’ignoto

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa Imminenza dell’ignoto

1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.
Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

Abdicazione

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105\121

Dopo la fiera – Pessoa

Dopo la fiera - Pessoa

Praia das Maças 1918 – José Malhoa

http://www.stile.it/articolo/lisbona-2-il-chiado-di-pessoa

Pensando a Wenders, e Saramago e…

 

DOPO LA FIERA

Vagolanti vanno per la strada,

cantando senza ragione

l’ultima speranza data

all’ultima illusione.

Non significa nulla.

Sono mimi e buffoni.

Vanno uniti e diversi

sotto una luna da vedere,

in che sogni immersi

non saprebbero dire,

e cantano quei versi

che ricordano senza volere.

Paggi di un mito defunto,

tanto lirici, tanto soli!,

non hanno nella voce un grido,

hanno appena la propria voce;

e li ignora l’infinito

che ignora anche noi.

Natale…Sulla provincia nevica.

Tra i lari confortevoli,

un sentimento conserva

i sentimenti passati.

Cuore contrapposto al mondo,

come la famiglia è verità!

Il mio pensiero è profondo,

sto solo e sogno rimpianto.

E come bianco di grazia

il paesaggio che non so,

visto per la vetrata,

della casa che mai avrò!

Ho pena delle stelle

che brillano da tanto tempo,

da tanto tempo…

Ho pena di loro.

Non ci sarà una stanchezza

delle cose,

di tutte le cose,

come di un braccio o delle gambe?

Una stanchezza d’esistere,

di essere,

soltanto di essere,

l’essere triste lume o sorriso…

Non ci sarà, infine,

per le cose che sono,

non la morte, bensì

un’altra specie di fine,

o una grande ragione:

qualcosa così

come un perdono?

Quale è la sera da trovare

in cui avremmo tutti ragione

e respireremmo la buon’aria

del viale nell’estate,

o d’inverno, basti posare

accanto alla quiete o al focolare?

Quale è la sera da far tornare?

Quella sera c’è stata, e ora non più.

Quale è la mano carezzevole

che sarà mia infermiera –

senza malattie la mia vita osa –

oh, quella mano è morta e osso…

Solo il ricordo mi accarezza

il cuore al quale non resisto.

Sembra che stia riposando:

starò forse per morire.

C’è una stanchezza nuova e dolce

di tutto che volli amare.

C’è una sorpresa di trovarmi

così disposto a sentire.

Subito vedo un fiume

tra alberi luccicare.

E sono una presenza certa

il fiume, gli alberi e la luce.

Qui si sta in pace,

lungi dal mondo e dalla vita,

pieni di non aver passato,

anche il futuro si oblia.

Qui si sta in pace.

Aveva i gesti innocenti,

ridevano gli occhi nel fondo.

Ma invisibili serpenti

la facevano del mondo.

Aveva i gesti innocenti.

Qui tutto è pace e mare.

Come lungi la vista si perde

nella solitudine che rende

ombra l’azzurro ch’è verde!

Qui tutto è pace e mare.

Sì, poteva essere stato…

Ma né volontà, né ragione

hanno condotto il mondo

a diletto o soluzione.

Sì, poteva essere stato…

Ora non dimentico e sogno.

Chiudo gli occhi, ascolto il mare

e ascoltandolo bene, immagino

di vedere l’azzurro inverdire.

Ora non dimentico e sogno.

Non è stato proposito, no.

I suoi gesti innocenti

toccavano il cuore

come invisibili serpenti.

Non è stato proposito, no.

Dormo, sveglio e solitario.

Cosa è stata la mia vita?

Vele di inutile mulino:

un movimento senza lotta…

Dormo sveglio e solitario.

Nulla spiega né consola.

Tutto è sicuro dopo.

Ma il dolore che ci devasta,

la pena di non essere due:

nulla spiega né consola.

Un muro di nubi dense

pone alla base del ponente

scure porpore pretese.

Con la notte tutto finisce.

Il cielo freddo è trasparente.

Nessuna pioggia si rovescia.

E non so se provo pena

o allegria dell’assente

pioggia e della notte serena.

Del resto, non so mai nulla.

La mia anima è l’ombra presente

di una presenza passata.

I miei sentimenti sono orme.

Solo il mio pensiero sente…

La notte si fredda di astri.

Sull’orlo qui della spiaggia, muto e contento del mare,

con nulla più che mi attragga, né nulla più che desideri,

farò un sogno, avrò il mio giorno, chiuderò la vita,

e non mi avrà l’agonia, poiché dormirò all’istante.

E come un ombra la vita, che sopra un fiume trascorre,

come un passo sul tappeto d’una stanza morta e vuota;

l’amore è un sonno che basta all’essere breve che siamo;

la gloria concede e nega; non ha verità la fede.

Per questo sull’orlo bruno della spiaggia muta e sola,

l’anima ho, fatta bambina, franca di pena e dolore;

sogno che quasi non sono, perdo e non ho mai avuto,

ho cominciato a morire prima di avere vissuto.

Mi diano, dove qui giaccio, solo una brezza che passi,

non voglio nulla al caso, se non la brezza sul viso;

mi diano un amore vago delle cose che mai avrò,

non piacere o dolore, non voglio vita né legge.

Solo voglio, nel silenzio assediato dal suono aspro

del mare, dormire quieto, e nulla desiderare,

dormire nella distanza di uno che suo non fu mai,

tocco dall’aria inodora della brezza di ogni cielo.

Ma sempre estraneo, sempre penetrando

la più risposta essenza della mia vita,

l’ombra dentro di me vado cercando.

Dopo la fiera, pagg. 133-143 sezione Poesia

da L’imminenza dell’ignoto – Pessoa a cura di Luigi Panarese Ed. Accademia 1972

https://books.google.it/books?id=E7V6D4Y33ZAC&lpg=PA15&ots=xnoovY0l36&dq=pessoa%20dopo%20la%20fiera&hl=it&pg=PA14&output=embed


Gerard Genot – Borges

Pag.108
……..Poi, miracolosamente. il deciframento si termina, avviene la visione:
Io vidi una Ruota altissima, che non stava avanti ai miei occhi né dietro né ai lati, ma in ogni parte a un tempo. Quella ruota era fatta di acqua, ma anche di fuoco, e (benché si vedesse il bordo) era infinita.
Intrecciate fra loro, la formavano tutte le cose che saranno, che sono e che furono..Lì erano le cause e gli effetti e mi bastava vedere quella Ruota per comprendere tutto, senza fine…
Vidi infiniti processi che formavano una sola felicità e, comprendendo ormai tutto,
potei anche capire la scrittura della tigre.
Gerard Genot – Borges
1974 – I ristampa
ed: La nuova Italia-Firenze
Collana: Il Castoro

Le cause

Da: Jorge Luis Borges “Conversazioni Americane” a cura di Willis Barnstone, 1984
cit. pag. 70
Le cause
Tramonti e generazioni,
giorni di cui nessuno fu primo.
Freschezza dell’acqua nella gola
di Adamo. L’ordinato paradiso.
L’occhio decifrante le tenebre.
All’alba, l’amore dei lupi.
La parola. L’esametro. Lo specchio.
La torre di Babele e la superbia.
La luna osservata dai Cadei.
Le sabbie innumerevoli del Gange.
Zhuang-zi e la farfalla che lo sogna.
Le mele d’oro delle isole.
I passi del labirinto errante.
La tela infinita di Penelope.
Il tempo circolare degli stoici.
La moneta in bocca dell’uomo morto.
Il peso della spada sulla bilancia.
Ogni goccia d’acqua nella clessidra.
Le aquile, i fasti, le legioni.
Cesare nel mattino di Farsalia.
L’ombre delle croci sulla terra.
Gli scacchi e l’algebra del persa.
Le tracce delle lunghe migrazioni.
I regni conquistati a suon di spada.
La bussola incessante. Il mare aperto.
L’eco dell’orologio nella memoria.
Il re giustiziato con un ascia.
L’incalcolabile polvere che fu eserciti.
La voce dell’usignolo in Danimarca.
La scrupolosa linea del calligrafo.
Il volto del suicida nello specchio.
La carta del baro. L’oro avido.
Le forme della nube nel deserto.
Ogni arabesco del caleidoscopio.
Ogni rimorso e ogni lacrima.
Occorsero tutte quelle cose
affinché le nostre mani si incontrassero.
“Le nostre mani si erano finalmente incontrate, e io ero conscio del fatto che, perché possano accadere queste cose era necessario tutto il passato. Quando avviene qualcosa, questo qualcosa è stato
provocato dal profondo e insondabile passato, dalla catena di cause ed effetti,
e ovviamente non esiste una prima causa. Ogni causa è l’effetto di un altra.
Tutte le cause si espandono all’infinito…questa poesia dice il vero: e cioè che tutto il passato,
tutto l’insondabile passato è servito per giungere a questo particolare momento. Quindi il passato viene giustificato. Se c’è un momento di felicità, di umana felicità, questo è dovuto alle numerose e terribili cose precedenti, ma anche alle molte cose belle.
Il passato ci forma, lo fa continuamente. Io penso al passato non come a qualcosa di spaventoso,
ma come a una specie di sorgente.
E tutte le cose nascono da questa sorgente.”

La Chimera

La Chimera

La prima  notizia della Chimera si trova nel sesto libro dell’Iliade. Vi sta scritto che era di stirpe divina
e che davanti era leone, nel mezzo capra e alla fine serpente; mandava fuoco dalla bocca e venne uccisa dal 
bellissimo figlio di Glauco, Bellerofonte, come avevano predetto gli dèi.
Testa di Leone, ventre di capra e coda di serpente è l’interpretazione più naturale delle parole di Omero,
ma la Tegonia di Esiodo la descrive con tre teste, 
e così appare raffigurata nel famoso bronzo di Arezzo, che risale al V secolo. 
A metà del dorso c’è la testa di capra, a una estremità la testa di serpente. all’altra quella di leone.
Nel sesto libro dell’Eneide ricompare la Chimera “armata di fiamme”; il commentatore Servio Onorato osservò che, secondo tutte le autorità, il mostro era originario della Licia e che in quella regione
c’è un vulcano con lo stesso nome. Ai piedi è infestato dai serpenti, sulle pendici ci sono pascoli e capre, e verso la cima, che manda fiamme, hanno la loro tana i leoni; 
la Chimera sarebbe una metafora di questa curiosa montagna. In precedenza, Plutarco aveva suggerito che Chimera fosse il nome di un capitano dalle inclinazioni piratesche, che aveva fatto dipingere sulla sua nave un leone, una capra e una serpe.
Queste assurde congetture provano che la Chimera stava già stancando la gente. Più che immaginarla, 
meglio tradurla in qualsiasi altra cosa. Era troppo eterogenea: il leone, la capra e il serpente
(in alcuni testi, il drago) mal si prestavano a formare un solo animale.
Con il tempo, la Chimera tende a diventare “il chimerico”; un famoso scherzo di Rabelais (“Se una chimera, penzolando nel vuoto, possa mangiare intenzioni seconde” ) segna benissimo la transizione. La forma incoerente scompare resta la parola, a indicare l’impossibile. “Idea falsa, vana immaginazione” è la definizione che ne dà oggi il dizionario.
Da “Il Libro degli Esseri Immaginari“, 1957 di Jorge Luis Borges, pag. 66
Ed: Adelphi

Il libro che mi ha cambiato l’estate – Quando incontrai Borges, anche in un gatto – [ Il Foglio.it › Cronachette ]

Il libro che mi ha cambiato l’estate – Quando incontrai Borges, anche in un gatto – [ Il Foglio.it › Cronachette ]

L’anima bella

L’anima bella, è l’anima alle quale l’immaginazione ha dato dei compensi che sono reali solo per lei, e chimerici per il resto degli uomini” cit. Jean Roussel nota 32 pag. 216 del Paese delle Chimere di L. Sozzi




Realismo Magico – Insonnia J.L.B.

Realismo Magico

http://it.wikipedia.org/wiki/Realismo_magico

Massimo Bontempelli

“L’immaginazione non è il fiorire dell’arbitrario, e molto meno dell’impreciso. Precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si proietta”.

Felice Casorati e il Realismo Magico

“Il termine fu per la prima volta utilizzato dal critico tedesco Franz Roh per descrivere il realismo insolito principalmente di pittori americani come Ivan Albright, Paul Cadmus, George Tooker e altri artisti durante glianni venti; in Italia la sua elaborazione si deve dallo scrittore Massimo Bontempelli, mentre i suoi principali esponenti in pittura sono Antonio Donghi, Felice Casorati e Cagnaccio da San Pietro. Il termine è più spesso associato con il boom letterario dell’America Latina del XX secolo, segnato dalla pubblicazione del romanzoCent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez nel 1967, che viene considerato il testo seminale del realismo magico insieme ai racconti di Jorge Luis Borges ma anche quelli di Dino Buzzati. Un tono di realismo magico “ante litteram” è tipico dei racconti di E.T.A. Hoffman, in cui l’elemento soprannaturale emerge insospettato nelle pieghe della vita di tutti i giorni.”
Da L’Altro e lo Stesso
Insonnia
Di ferro,
di curve travi di smisurato ferro dev’essere la notte
perché non la squarcino e l’infrangano
le molte cose che i miei ricolmi occhi hanno veduto,
le dure cose che insopportabilmente vi si ammassano.
Il mio corpo ha logorato altezze, temperature, luci:
in vagoni di lunga ferrovia,
in un banchetto d’uomini che si destano,
sul filo smussato dei sobborghi,
in una villa afosa d’umide statue,
nella notte traboccante d’uomini e cavalli.
L’universo di questa notte ha la vastità
dell’oblio e la precisione della febbre.
Invano tento di distrarmi dal corpo
e dalla veglia di uno specchio incessante
che lo esibisce e che lo spia
e dalla casa che ripete i suoi cortili
e dal mondo che si estende fino ai frantumi di una periferia
di greve fango e vicoli dove si fiacca il vento.
Invano aspetto
le disintegrazioni e i simboli che precedono il sonno.
Séguita la storia universale:
i minuziosi tragitti della morte nelle carie dentali,
la circolazione del mio sangue e dei pianeti.
(Ho odiato l’acqua crapulosa di una pozza,
ho aborrito all’imbrunire il canto dell’uccello).
Le spossate leghe incessanti del sobborgo del sud,
leghe di pampa sudicia e oscena, leghe d’esecrazione,
non vogliono andar via dalla memoria.
Pantani, casupole come cani in branco, pozze d’argento
fetido:
sono l’odiosa sentinella di questo assetto immobile.
Fil di ferro, terrapieni, carte morte, avanzi di Buoenos Aires.
Stanotte credo nella terribile immortalità:
nessun uomo è morto nel tempo, nessuna donna, nessun
morto,
poiché questa ineluttabile realtà di ferro e fango
deve attraversare l’indifferenza di chi dorme o è morto
-benché si occulti nella corruzione e nei secoli-
e condannarlo a una veglia spaventosa.
Informi nuvole color feccia di vino infameranno il cielo,
farà giorno dietro le mie palpebre serrate.
Adrogué, 1936
Da L’Altro e Lo Stesso, Insonnia pag.21, ed. Adelphi

L’inevitabile risveglio


Sull’Artista Angelo Palazzini alcuni link a seguire:
http://www.galleriastefanoforni.com/?page_id=201
http://www.nautilaus.com/incontro/Giornale1-2002.htm

Da Arte poetica (L’artefice, 1960)

Guardare il fiume fatto di tempo e acqua
e ricordare che il tempo è un altro fiume,
sapere che ci perdiamo come il fiume
e che i visi passano come l’acqua.
Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di non sognare e che la morte
che teme la nostra carne è quella morte
di ogni notte, che si chiama sonno.
Vedere nel giorno o nell’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo.
Vedere nella morte il sonno, nel tramonto
un triste oro, tale è la poesia
che è immortale e povera. La poesia
ritorna, come l’aurora e il tramonto.
da Limiti (L’altro lo stesso, 1964)
Di queste strade che scavano il tramonto,
una ci sarà (non so quale) che ho percorso
già per l’ultima volta, indifferente
e, senza indovinarlo, sottomesso
a Colui che prefigge onnipotenti norme
e una segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni e alle forme
che intessono e che stessono questa vita.
Se per tutto c’è termine e punto fermo
e ultima volta e mai più e oblio,
chi ci dirà a chi, in questa casa,
senza saperlo abbiamo detto addio?
da Il Rimorso (La Moneta di Ferro, 1976)
Ho commesso il peggiore dei peccati
che un uomo può commettere. Non sono stato 
felice. Mi travolgano e disperdano,
spietati, i ghiacci dell’oblio. I miei
mi avevano creato per il gioco
azzardato e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ho delusi. Non si compì la loro 
giovane volontà. Non fui felice.
Mi applicai alle caparbie simmetrie
dell’arte, che congegna vacuità.
Ereditai audacia. Non fui audace.
Non mi abbandona. Mi sta sempre accanto
l’ombra di essere stato un disgraziato.

L’Uomo di Porlock

“…Il sonno perfetto è un appendice dell’amore..quel tuffo inevitabile..un oceano nel quale ci vengono incontro i morti…nel sonno una cosa ci rassicura ed è il fatto di uscirne e di uscirne immutati..”
Memorie di Adriano – M. Yourcenar
L’Uomo di Porlock
La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il 
Kubla Kahn di Coleridge.
Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese – la più grande, a parte la greca
di tutte le letterature. E la straordinarietà  dell’intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine. E’ stato composto, racconta Coleridge, in sogno.
Egli soggiornava, di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton.
Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice,
compose l’opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.
Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto;
aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un uomo di Porlock.
Coleridge si sentì obbligato a riceverlo.
Passò con lui quasi un ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno,
si accorse di essersi dimenticato il resto; si ricordava solo il finale del testo – altri ventiquattro versi.
E’ così che ci è giunto il Kubla Kahn come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l’immaginazione umana non può concepire,
e di cui ignoriamo, con un brivido, quale potrebbe essere stata la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno di Coleridge), non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l’Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel Kubla Kahn tutto è altro, tutto è Aldilà;
e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.
Non si sa – Coleridge non ce lo ha detto – chi fosse quell’ uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di rivelazione?
Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti – in forma esasperata destinata a dar vita ad una allegoria vissuta – ciò che capita a tutti noi in quando questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con L’Altro Mondo di noi stessi.
Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno.
E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta nel nostro intimo, L’uomo di Porlock, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.
Quel visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, – questo seccatore – perennemente anonimo, perché,  pur essendo vivo è – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.
Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere!
Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l’ estraneo che è noi. 
E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o della opera omnia, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto – disiecta membra che come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo. [ OOP, III, 398-400]
L’Uomo di Porlock, (Fernando Pessoa, Pagine Esoteriche Adelphi, cit. pp 32-35)

…dedicato a colei che è sempre stata fonte di ispirazione, nei miei sogni e in tutto il mio tempo..
alla  ricerca del culto di Mitra, tanto caro all’Imperatore…verso la fonte della complicità!
Colei che incontrata ed adulata in sogno, mi rivelò il segreto di me stessa!

..”casta per disdegno delle cose facili, l’amicizia era un fatto elettivo per lei…l’intimità dei corpi, che non è mai esistita tra noi, è stata compensata da questo contatto di due spiriti intimamente fusi l’un con l’altro; la nostra intesa non ebbe bisogno di confessioni, di spiegazioni, di reticenze, i fatti bastavano da soli ed ella le osservava meglio di me”…eravamo complici..”

“…un istante ancora, guardiamo insieme le rive famigliari, le cose che certamente non vedremo mai più, cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti…”


Memorie di Adriano – M. Yourcenar