The Library of Babel – Jorge Luis Borges

The Library of Babel from Geert Mul on Vimeo.

Conferência sobre a cegueira – Jorge Luis Borges – La Cecità – L’Oro delle Tigri

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Jorge Luis Borges – Conferencia “La Ceguera” (1977)

L'orodelletigri-jlb
1°Edizone
Vedi anche

Conferência sobre a cegueira – Jorge Luis Borges | parte 1 from toinho castro on Vimeo.

Lo Perdido – Quello che è perduto

OrodelleTigri-Quellocheèpeduto
Lo Perdido – Quello che è perduto

Jorge Luis Borges – Interview by Joaquin Soler Serrano 1976

The Mirror Man

 

Le Unghie – Jorge Luis Borges




Le Unghie
Docili calze le accarezzano di giorno e scarpe di cuoio inchiodate le fortificano,
ma le dita del mio piede non vogliono saperlo.
A loro non importa altro che emettere unghie: lamine cornee, semitrasparenti ed elastiche, per difendersi
– da chi? Stupidi e diffidenti come nessuno,
non smettono neanche un attimo di apprestare quel tenue armamento.
Rifiutano universo ed estasi per elaborare senza fine vane punte
che brusche sforbiciate di Solingen scorciano e tornano a scorciare.
Dopo novanta giorni crepuscolari di carcere prenatale diedero vita a quest’unica industria.
Quando sarò conservato nel cimitero della Recoleta,
in una dimora color cenere di fiori secchi e talismani, continueranno il loro ostinato lavorio,
finché non le moderi la corruzione.
Loro, e la barba sul mio viso.

da L’Artefice di Jorge Luis Borges

L’altra tigre – Jorge Luis Borges, Il Tempo

 
Le Tigri di Mompracem
di Emilio Salgari
Editore: Donath, Genova 1906 (1a ed. 1900)
Illustrazioni di Alberto Della Valle e Pipein Gamba

Il libro apparve per la prima volta in 150 puntate -dal 16 ottobre 1883 al 13 maggio 1884- in appendice alla rivista “Nuova Arena” di Verona, con il titolo La tigre della Malesia, nel 1886 apparve su “Il Telefono”, e nel 1890-91 su “La Gazzetta di Treviso”, per essere infine pubblicato in volume nel 1900 dall’editore Donath, con il titolo definitivo.
Siti per un ulteriore approfondiemnto:
http://www.letteraturadimenticata.it/Salgari.htm
http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=libri&scheda=salgari_tigri

 

L’altra tigre
And the craft that createth a semblance
Morris, Sigurd the Volsung (1876)


Penso a una tigre. La penombra eleva
la grande Biblioteca laboriosa
e pare che allontani gli scaffali.
Forte, innocente, insanguinata e nuova,
andrà per la sua selva e il suo mattino,
stamperà l’orma sua nella fangosa
riva di un fiume il cui nome ignora
(non ha il suo mondo nomi, né passato
né avvenire, ma un solo attimo certo),
d’un balzo coprirà distanze enormi,
odore d’alba fiuterà nell’ampio
labirinto intricato degli odori 

e il delizioso odore del cerbiatto.
Entro le righe del bambù decifro
le sue righe e indovino l’ossatura
sotto la pelle splendida che vibra.
Invano si interrompono i convessi
mari e i lunghi deserti del pianeta;
da questa casa di un remoto porto
d’America del Sud, ti seguo e ti sogno,
oh tigre, delle riviere del Gange.

Dilaga in me la sera e sto pensando
che il vocativo tigre del mio verso
è una tigre di simboli e di ombre,
una serie di tropi letterari
reminiscenze d’enciclopedia
non la tigre fatale, l’infausta gioia
che, sotto il sole o la cangiante luna,
va compiendo in Sumatra o nel Bengala
il suo ciclo d’amore, d’ozio e morte.
Alla tigre dei simboli raffronto
quella vera, quella di caldo sangue,
quella che decima la tribù dei bufali
che oggi, il tre agosto del cinquantanove,
distende una pacata ombra sui prati.
Ma basta nominarlae immaginarne le circostanze
e subito diventa finzione d’arte,
e non creatura viva
di quelle che camminano la terra.

Cercheremo una terza tigre. Anch’essa
come l’altre sarà solo una forma
del mio sogno, un sistema di parole
umane, non la tigre vertebrata
che prima assai delle mitologie
calca la terra. Lo so, ma qualcosa
m’urge a questa avventura indefinita,
insensata ed antica, e io mi ostino
a cercare nel tempo del tramonto
quell’altra tigre che non sta nel verso.

* E’ l’arte che crea una sembianza.
da Antologia Personale – Jorge Luis Borges – Longanesi & C. 1981

Da Conversazione con Borges di Alberto Arbasino

A: …Del resto, secondo lei che cosa possiamo intendere come Letteratura Fantastica?
B:Direi soltanto che la letteratura è sempre stata fantastica, è cominciata con le cosmogonie, con le mitologie, con i racconti di dèi e di mostri…Nessuno scrittore ha mai sognato di essere un proprio contemporaneo: questo è cominciato soltanto nel diciannovesimo secolo…Prima si parlava sempre di altri secoli e di altri paesi, ed era la cosa più naturale…
A:Già; ma nei nostri tempi?
B:Bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che è la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto è piuttosto giornalismo, sarà anche storia, ma non è letteratura.
A: E il Realismo?
B:Il Realismo è un episodio, solo un momento nella storia della letteratura. La grande letteratura non è mai stata realista……..
A:Già. Ma intanto da molte parti si privilegia anche oggi nella letteratura quella specie di realismo che . Sono slogan correnti: mentre l’immaginazione, compresa l’immaginazione al potere, non sembra ben vista nella letteratura.
B:No. Lo scrittore deve sapere essere fedele alla propria immaginazione; e se è fedele a ciò che immagina, se sogna sinceramente, ecco, è questa la sua sincerità. E io cerco di sognare sinceramente. Credo cioè che sia un errore il pensare che la letteratura sia fatta di parole. No, non è fatta di parole; cioè è fatta anche di parole, ma è fatta soprattutto di immagini e di sogni.
B:Sì, ma i sogni sono reali, come lo stato di veglia; i sogni sono reali. e le fantasticherie sono reali; il mio passato è reale, il mio passato e la memoria, la storia è reale, e la storia è un sogno per noi, proprio come diceva Joyce: . La storia è un incubo, un sogno tutto è sogno. O come diceva bene Schopenhauer, Die Welt als Will und Vorstellung, il Mondo come Volontà e Rappresentazione: la nostra volontà e il sogno sono la stessa cosa…
 
 
Rousseau
Tigre in una tempesta tropicale (sorpresa!) 1891
Londra, National Gallery
LA TIGRE
Visioni di William Blake
Tigre ! Tigre ! divampante fulgore
Nella foresta della notte ,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Potè torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano ?
Quale tremendo piede ?
Quale mazza e quale catena ?
Il tuo cervello fu in quale fornace ?
E quale incudine ?
Quale morsa robusta osò serrarne
I terrori funesti ?
Chi l’Agnello creò , creò anche te ?
Fu nel sorriso che ebbe
Osservando compiuto il suo lavoro ,
Mentre gli astri perdevano le lance
Tirandole alla terra
E il paradiso empivano di pianti ?
Tigre ! Tigre ! divampante fulgore
Nella foresta della notte ,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare
La tua agghiacciante simmetria ?
( Traduzione di Giuseppe Ungaretti )
IL TEMPO

Il Tempo e la Tigre

[…]Il tempo è la sostanza di cui sono fatto
il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume;
è una tigre che mi divora, ma io sono la tigre;
è un fuoco che mi consuma, ma io sono il fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.
Estratto da: Nuova Confutazione del Tempo,  “Antologia Personale”
Jorge Luis Borges
Ed. Longanesi&C.

Poema Congetturale (J.L.B) e Un Racconto Iniziato (Szymborska)

POEMA CONGETTURALE

Il dottor Francisco Laprida, assassinato il 22 di settembre
del 1829 dai guerriglieri di Aldao, prima di morire pensa:
Ronzano le palle nell’ultima sera.
Vento; e cenere nel vento.
Dileguano il giorno e la battaglia
mostruosa. La vittoria è degli altri.
Vincono i barbari, i gauci vincono.
Io, che ho studiato le leggi e i canoni
io, Francisco Narciso de Laprida,
io, che con la mia voce ho proclamato
l’indipendenza di queste selvagge province,
sconfitto, lordo il volto di sangue e sudore,
senza speranza né timore, perduto,
fuggo, traverso l’ultima sodaglia, al Sud.
Come quel condottiero del Purgatorio, 
fuggendo a piedi e insanguinando il piano,
fu accecato e prostrato dalla morte
dove un torrente oscuro perde il nome,
così dovrò cadere. Oggi è il termine ultimo.
Il nero dei pantani dai due lati
sta in agguato e ritarda il mio passo. Odo lo scalpiccio
della mia  morte ardente che mi cerca
con cavalieri, con armature e lance.
Io che anelavo a essere diverso, essere un uomo
di legge, di libri, di consiglio,
giacerò sotto il cielo tra paludi;
ma inesplicabilmente una superba estasi,
una gioa segreta mi gonfia il petto.
Finalmente mi trovo a fronte a fronte
con il mio destino sudamericano.
A questa rovinosa sera mi portava
il labirinto molteplice dei passi
che hanno tessuto i miei giorni
da un lontano giorno di infanzia.
Alla fine ho scoperto
la recondita chiave dei miei anni,
la sorte di Francisco de Laprida,
la lettera mancante, la forma perfetta
che Dio sapeva dal principio.
Nello specchio di questa notte incontro
il mio volto eterno, insospettato.
Sta per chiudersi il circolo.
Aspetto che così sia.
I miei piedi passano sopra l’ombra
delle lance che mi stanno cercando.
Già gli scherni della mia morte,
i ginnetti, le criniere, i cavalli incombono…
Già il primo colpo, già il duro ferro
che mi fende il petto, e il ben noto
coltello a fondo nella gola.
Da Antologia Personale di Jorge Luis Borges ed. Longanesi & C. 1981 pag.197

UN RACCONTO INIZIATO


Alla nascita d’un bimbo
il mondo non è mai pronto.
Le nostre navi ancora non son tornate dalla Finlandia.
Ci attende ancora il valico del Gottardo.
Dobbiamo eludere le guardie nel deserto di Thor,
aprirci la strada per le fogne fino al centro di Varsavia,
trovare il modo di arrivare al re Harald Cote,
e aspettare che cada il ministro Fouché.
Solo ad Acapulco
ricominceremo tutto da capo.
Si è esaurita la nostra scorta di bende,
fiammiferi , argomenti , amigdale e acqua.
Non abbiamo camion , né il sostegno dei Ming.
Con questo ronzino non corromperemo lo sceriffo.
Niente nuove su quelli fatti schiavi dai Turchi.
Ci manca una caverna più calda per i grandi freddi
e qualcuno che conosca la lingua harari.
Non sappiamo di chi fidarci a Ninive,
quali condizioni porrà il principe-cardinale,
quali nomi siano ancora nei cassetti di Beria.
Dicono che Carlo Martello attaccherà all’alba.
In questa situazione rabboniamo Cheope,
presentiamoci spontaneamente,
cambiamo religione,
fingiamo di essere amici del doge
e di non avere a che fare con la tribù Kwabe.
Si approssima il tempo di accendere i fuochi.
Telegrafiamo alla nonna che venga dal paese.
Sciogliamo i nodi sulle corregge della yurta.
Purchè il parto sia lieve
e il bimbo cresca sano.
Possa essere talvolta felice
e scavalcare gli abissi.
Che abbia un cuore capace di resistere,
e l’intelletto vigile e lungimirante.
Ma non così lungimirante
da vedere il futuro.
Risparmiategli questo dono,
o potenze celesti.

L’Aleph – 1° Edizione "Universale Economica" – Feltrinelli

1° Edizione “Universale Economica”: Marzo 1961 – Tiratura: 20.000 copie
Copertina disegnata da Heiri Steiner
Nota di Francesco Tentori Montalto
Collezione Personale
Nota

“…una profonda capacità filosofica di commozione di fronte alla grandezza e alla miseria dell’uomo, di fronte a quanto è in esse di sorprendente e paradossale.” Questa (di un critico argentino) è una delle possibili definizioni dell’intuizione, o poetica, che presiede al mondo fantastico dell’argentino Jorge Luis Borges: narratore, poeta, saggista, scrittore di eccezzione nella vasta repubblica letteraria ispano-americana, caso singolare e suggestivo per gli annali delle lettere contemporanee. Altre definizioni hanno puntato sul carattere “fantastico metafisico”, proprio delle invenzioni di Borges; sulla dimensione misteriosa che con lui sembra entrare per la prima volta nella letteratura, hanno riconosciuto che il suo è un “mondo fantastico governato dalla logica”; c’è chi, in Francia, ha classificato Borges tra i “grandi distruttori della letteratura”…

Nel Giardino di Epitteto

Ofelia – J.Millais
 

Prima dì a te stesso cosa vorresti essere:
poi fai ciò che devi fare.
Epitteto

” Il piacere di vedere questi frutti e la frescura prodotta da questi alberi frondosi sono”
disse il Maestro
altrettante sollecitazioni della natura ad abbandonarsi alle migliori delizie di un pensiero sereno.
Non c’è ora più adatta alla meditazione sulla vita, per inutile che sia,
di questa in cui, sebbene il sole non volga ancora al tramonto, il pomeriggio perde
già il calore del giorno e pare si levi una brezza dai campi che si rinfrescano.
“Sono molti i problemi che ci occupano e tanto il tempo che abbiamo perso per
scoprire che non possiamo risolverli. Metterli da parte, come chi passa senza voler vedere,
sarebbe stato molto per l’uomo e poco per Dio; affidarvisi, fino ad esserne dominati,
sarebbe stato vendere ciò che non possediamo.
“Riposate con me all’ombra degli alberi verdi, su cui non pesa altro pensiero che il seccarsi
delle foglie quando viene l’autunno o il molteplice distendersi di irte dita verso il cielo dell’inverno che va.
Riposate con me e meditate quanto sia inutile lo sforzo, estranea la volontà.
Riflettete anche come una vita che non vuole niente non possa pesare sul corso degli eventi,
perchè non può ottenere tutto.
E ottenere meno che tutto non è degno delle anime che aspirano alla verità.
“Vale di più, figlioli, l’ombra di un albero che la conoscenza della verità, perché
l’ombra dell’albero è vera finché dura, mentre la conoscenza della verità è di per sé falsa.
Vale di più, per una giusta comprensione, il verde delle foglie che non un grande pensiero,
perché il verde delle foglie potete mostrarlo agli altri, ma mai potrete mostrare agli altri un grande pensiero.
Nasciamo senza saper parlare e moriamo senza aver saputo dire. La nostra vita trascorre
fra il silenzio di chi tace e il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò,
come un’ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto un inutile destino.

 

Nel giardino di Epitteto pag. 50 – Pagine Esoteriche – Fernando Pessoa
[PI, 429]

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa Imminenza dell’ignoto

Estetica dell’Abdicazione, Pessoa Imminenza dell’ignoto

1891- J. H. Waterhouse – Ulisse e le Sirene
Estetica dell’abdicazione: “Conformarsi è sottomettersi e vincere è conformarsi, essere vinto. Perciò ogni vittoria è una grossolanità. I vincitori perdono sempre tutte le qualità di sconforto di fronte al presente, le quali li hanno portati alla lotta che ha dato loro la vittoria. Restano soddisfatti, e soddisfatto può essere solo chi si conforma, che non ha la mentalità del vincitore. Vince solo chi non ottiene nulla. ‘E forte solo chi si disanima sempre. La cosa migliore e la più regale è abdicare. L’impero supremo è quello dell’Imperatore che abdica a tutta la vita normale, degli altri uomini, su cui la preoccupazione della supremazia non pesa come un fardello di gioielli.
Pessoa – pag.22 – Imminenza dell’ignoto

Abdicazione

Prendimi, o notte eterna, tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ho abbandonato
Il mio trono di sogni e di stanchezze.
La mia spada, gravosa e braccia stanche,
ho affidato a virili e calme mani;
lo scettro e la corona, – li ho lasciati
nell’atrio, fatti a pezzi.
La mia cotta di maglia, così inutile,
gli speroni, dal futile tintinno,
sulla gelida scala li ho lasciati.
Corpo ed anima, la regalità
deposi, e alla tranquilla e antica notte
tornai, paesaggio nel morir del giorno.
Per tutta la notte il sonno non venne. Adesso
raggia dal fondo
dell’orizzonte, coperto e freddo, il mattino.
che faccio nel mondo?
Nulla che la notte plachi o sollevi l’aurora,
cosa seria o vana.
Con occhi spenti dalla febbre vana della veglia
vedo con orrore
Il nuovo giorno recarmi lo stesso giorno della fine
del mondo e del dolore:
un giorno eguale agli altri, della eterna famiglia
dei giorni così.
E nemmeno il simbolo vale, il significato
del mattino che viene
uscendo lento dalla stessa essenza della notte che era,
per chi,
avendo tante volte sempre sperato invano,
più nulla spera.
Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione
di non poter confessare
In un tono di grido, in un ultimo grido austero
Il mio cuore che sanguina.
Parlo, e le parole che dico sono un suono
represso, e sono io.
Ah! Strappare alla musica il segreto del tono
del grido suo!
Ah! Furia del dolore che non ha sorte nel gridare.
Del grido che non ha
potere più del silenzio, che torna, dall’aria
nella notte senza essere!
Lieve, breve, soave,
un canto d’uccello
sale nell’aria con cui principia
il giorno.
Ascolto ed è svanito…
Sembra che solo perché l’ascoltai
s’è fermato.
Mai, mai, in nulla,
raggi il mattino, o infuri sul declino,
ebbi piacere che durasse
più del nulla, la perdita, prima che lo potessi
godere.
Cade pioggia. E’ notte… Una piccola brezza
subentra alla calura.
Per essere felici molte cose abbisognano.
Questa luce è migliore.
Che cos’è la vita? Lo spazio è qualcuno per me.
Mentre sogno ci sono soltanto io.
Con luce, in chi non ha fine
e, senza voler, s’addolora.
Estesa, lieve, inutile passeggera,
sfiorandomi porta
illusione di sogno, e nella scia
la mia vita dimora.
Battello indelebile nello spazio dell’anima,
luce del lume al di là
d’eterna assenza di calma anelata,
meta del bene superfluo.
Si vuole e – se venne – si disconosce
che, se pur fosse, sarebbe
Il tedio di averlo… E la pioggia aumenta
nella notte qui fredda.
Essere stanca, sentire duole, pensare distruggere.
Aliena a noi, in noi e fuori,
precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita.
Inutilmente l’anima piange.
Quel che è: a che serve? A che deve servire?
Pallido, lieve abbozzo
del sole d’inverno sul mio letto ridente…
Vago sussurro breve.
Delle piccole voci con cui si desta il mattino,
della premessa futile del giorno,
morta sul nascere, nella speranza remota e assurda
in cui l’anima confida.
Qualunque sentiero porta in un luogo,
qualunque sentiero
in qualunque punto in due si divide
e uno conduce dove segna una strada,
l’altro è solo.
Uno conduce al termine della pura strada, fermo
dove è conclusa.
L’altro è margine astratto
……………………………………………………………………..
Nella teoria inutile di sensazioni
chiamata vita,
nel vacillare coerente di visioni
del […]
Ah! i sentieri sono tutti in me.
Qualunque distanza o direzione, o termine
mi appartiene, sono io. Il resto è la parte
di me che chiamo il mondo esteriore.
Ma il sentiero dio ecco si biparte
In chi io sono e nell’altro da me
[…]
O curva d’orizzonte, che ti varca,
elude la vista, vuoto d’essere o stare.
Freccia, che il petto enorme mi trapassa.
Non dolere: morire è continuare.
Più non vedo chi amai. La coppa,
d’oro, non s’è rotta. Caduta nel mare,
sommersa, ma identica sul fondo la grazia
occulta per noi, ma immutata.
O curva d’orizzonte, m’avvicino,
per chi rimane, un giorno sparirò
dalla vista dell’ultimo sull’ultima vetta,
ma per me lo stesso eterno andrò
sulla curva, finché il tempo l’aspetta
e dove sono stato un giorno tornerò.
Vento che passi
nelle pinete,
quante sventure
ricordano i tuoi lai.
Quanta tristezza,
senza conforto
di pianto, grava
sul cuore.
E, vento errante
delle solitudini,
reca un sollievo
ai cuori.
Offri alla pena
che ignori i tuoi lai,
vento che piangi
nelle piante.
Vive sepolto chi si consegna ad altri.
e chi all’altro che sepolto ha in sé.
Non potrò, Signore, da me qualche volta
Sciogliere le mie mani?
Trilla nella notte un flauto. ‘E di qualche
pastore? Che importa? Perduta
Serie di note vaga e senza senso alcuno.
Come la vita.
Senza nesso o principio o fine ondeggia
L’aria alata.
Povera aria fuori della musica e della voce, così piena
di non essere nulla!
Non c’è nesso o filo perché si ricordi quell’aria,
se si ferma;
e già all’udirla ne soffro la nostalgia
e il quando cesserà.
Mattino degli altri! O sole che dai fiducia
solo a chi già confida!
E solo alla dormiente, e non alla morta, speranza
che si desta il tuo giorno.
A chi sogna di giorno e sogna di notte, sapendo
inutile ogni sogno
ma sogna sempre, soltanto per sentirsi vivere
e avere cuore,
a costoro risplendi senza il giorno che porti, o solamente
come qualcuno che viene
per la via, impercettibile al nostro sguardo cosciente,
per non essere noi nessuno.
Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che un aliena pena
nella mia anima scende –
pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo.
e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.
Dormi sopra il mio seno,
sognando di sognare…
Nel tuo sguardo leggo
un lubrico vagare.
Dormi nel sogno di esistere
e nell’illusione di amare.
Tutto è nulla, e tutto
Un sogno finge di essere.
Lo spazio nero è muto.
Dormi, e, addormentandoti
Sappi cordialmente sorridere
sorrisi da scordare.
Dormi sopra il mio seno,
senza pena né amore…
Nel tuo sguardo leggo
L’intimo torpore
di chi conosce il nulla-essere
di vita, gaudio e dolore.
Lontano alla luna,
sul fiume una vela,
serena passando,
che cosa mi rivela?
Non so, ma il mio essere
Mi si rese estraneo,
e io sogno senza vederli
i sogni che ho.
Che angoscia mi allaccia?
Che amore non si dispiega?
‘E la vela che passa
nella notte che resta.
La parte dell’indolente è la vita astratta.
Chi non impiega lo sforzo nel conseguire,
ma lo lascia inattivo, lo lascia sopito,
lo lascia senza futuro e senza rifugio,
cosa mai può succhiare dalla morta lotta,
dall’avvertita vanità di seguire
un cammino, dall’inerzia di sentire,
dal fuoco estinto e dalla visione perduta,
se non la calma acquiescenza nell’aver
consegnato nel sangue, e per il corpo tutto
la coscienza di nulla volere né essere,
l’intervisione delle cose attingibili,
e il rifiutarle, come una bella maniera
delle mani che il pallore rende impassibili?
‘E una brezza lieve
che l’aria ebbe un momento
e trascorre ma non conquista
poi che quasi è il tutto.
Non esiste chi amo
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.
E frattanto l’aroma
Che la brezza porta mi sorge
alla coscienza un momento
come una confidenza.
Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna:
nulla che ricordi
la vita.
Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ ha trovato
solo l’eco assurda del volo
inane.
Oggi, in quest’ozio incerto
Senza piacere né motivo,
come un tumulo aperto
chiudo il mio cuore.
Nell’inutile coscienza
Che è inutile tutto,
lo chiudo, contro la violenza
del mondo duro e rozzo.
Ma che male soffre un morto?
Contro che cosa difenderlo?
Lo chiudo, nel chiuderlo assorto,
e senza volerlo sapere.
Pessoa Studio e Antologia Poetica a cura di Luigi Panarese – Imminenze dell’Ignoto – Edizioni Accademia 1972 – Pagg. 105\121